domenica 12 luglio 2020

Santi Zenone e Giustina martiri tergestini - 13/14 luglio -


Nei propria della diocesi di Trieste, alla data del 14 luglio era fissata – sino all’edizione del 1964, redatta ad mentem di “Rubricarum Instructum” [1] – la festa, di rito “duplex”, dei Santi Zenone e Giustina. Di questi due martiri poco si conosce e le notizie, invero piuttosto scarne, si apprendono da una  Passio probabilmente tardivamente redatta, secondo la quale i due meritarono la palma del martirio nel 286 in Trieste durante la persecuzione anticristiana ordinata da Diocleziano e Massimiano. Giustina sarebbe cresciuta in una famiglia Cristiana, Compiuti i quattordici anni la si voleva dare in matrimono, ma ella rifiutava, avendo votato la sua verginità al Signore. Un tanto venne all’orecchio del magistrato che la  fece arrestare e comparire al suo cospetto. In tale circostanza tentò di persuadere Giustina con le blandizie prospettandole un matrimonio con un uomo ricco ed anzi tentando invano di indurla ad offrire sacrifici alle false divinità. Innanzi alla tenace fermezza della giovane il magistrato decise di condannarla alla tortura dell’eculeo ed alla morte per decapitazione.

Nel mentre la ragazza era rinchiusa in carcere in attesa dell’esecuzione, un ufficiale di nome Zenone prese a dileggiarla, ed anzi, sfidandola per celia, le disse che, una volta giunta nel giardino del suo Sposo (con allusione al Paradiso), avrebbe dovuto fargli pervenire della frutta colà raccolta. Mentre Giustina veniva trascinata al luogo del supplizio volle consegnare della frutta avvolta in un panno di lino ad un fanciullo, chiedendogli di darla a Zenone e riferendogli che era quanto da lui richiesto.
Zenone accolse il dono, lo Spirito Santo scese sul militare che immediatamente ripudiò gli idoli pagani e fece confessione di Cristo.Ciò udito il magistrato intimò l’ordine di percuoterlo aspramente. Innanzi alla fermezza di Zenone, che avrebbe potuto costituire un esempio per gli astanti e suscitare emulazione, ordinò di mozzargli la lingua e decapitarlo.

Santi Zenone e Giustina
dal "Legendario" della badessa Eufrasia Bononomo (XVII sec.)

Fino a quando Trieste mantenne il rito aquileiense (fine XVI inizio XVII secolo) verosimilmente la festa di questi due Martiri si celebrava il giorno 13, nonostante in quel giorno fosse fissata la Dedicazione dell’alma Chiesa di Aquileia (è il giorno successivo ai patroni Santi Ermacora e Fortunato). A darne testimonianza è il Breviarium secundum consuetudinem Aquilegensem ac Tergestinam Ecclesiam, codice membranceo quattrocentesco serbato nell’Archivio Capitolare [2]. La parte finale del testo della Passio, nel datare il martirio, riporta che esso avvenne: “sub die III  Idus Julii” ossia il giorno 13 (f. 394 v).

Da quanto ho potuto comprendere, sino alle riforme di San Pio X, la festa dei Santi Zenone e Giustina continuò ad essere celebrata il giorno 13 luglio, tuttavia l’ultima lectio del secondo notturno dei propria diocesani annota la data del martirio il 14 luglio: “pridie Idus Julii” ciò lo si riscontra nei propria che ho avuto modo di consultare promulgati dai vescovi B. Legat, G. N. Glavina e A. M. Sterk [3]. Al di là della diversità del dato temporale differente dei due racconti, sommessamente – per i dati che ho a disposizione - mi sento di ipotizzare che, anche quando si ritenne che il martirio fosse avvenuto il 14, si preferì mantenere la data precedente sia per continuità che per un motivo prettamente calendaristico. Il 14 luglio si riscontra infatti la presenza nel Calendario universale della festa di San Bonaventura di rito “duplex” [4], stesso dei martiri Zenone e Giustina, tale sovrapposizione (“occorrenza”) avrebbe causato la “traslazione perpetua” (“reposizione”) della festa del Calendario universale. È quanto avvenne infatti per la festa di Sant’Anacleto (13 luglio nel Calendario universale) di rito però “semiduplex”, che a Trieste si celebrava traslata appena un mese dopo. In seguito alla riforma di San Pio X, la festa di San Bonaventura poteva essere semplicemente commemorata: difatti il Proprium del 1915 (vescovo A. Karlin) reca la festa dei Santi Zenone e Giustina il 14. La festa del Dottore della Chiesa San Bonaventura è qui commemorata,  coerentemente è riportata perciò la lectio della sua storia (mutuata dal suo Ufficio proprio) come IX lezione del Mattutino [5]. Si veniva così ad armonizzare il dies natalis tràdito dalla Passio di uso liturgico con il racconto stesso proclamato nella celebrazione liturgica. Come detto ciò è solo un’ipotesi, sicuramente sarà per me ulteriore sprone ad indagare sui propria diocesani triestini.

Come facevo cenno in apertura dal 1964 i Santi Zenone e Giustina non trovano posto nel Proprium di Trieste di mons. A. Santin (1964) anche se  la raffigurazione di essi nella serie di Santi che compare nel catino absidale della Cattedrale di San Giusto – opera di circa trent’anni precedente di Guido Cadorin [6] – mi fa pensare che il loro culto, sebbene affievolito, non si era del tutto ancora spento. Continuando a muovermi nel campo delle ipotesi sommessamente suggerirei che ciò sia riconducibile a quella generica diffidenza appalesatasi in quegli anni verso i Santi locali di cui ci da testimonianza mons. Vittorio Cian Canonico Scolastico (terza dignità) del Capitolo di San Giusto Martire in Trieste: «Mons. Santin mi confidò che ebbe a lottare non poco con P. Fruttaz alla Congregazione per il Culto per l’eccessiva severità critica adottata in quel momento verso le tradizioni dei santi locali, del resto smentita, come nell’esempio del rinvenimento della sepoltura dei santi aquileiesi Canzio, Canziano e Canzianilla, dati per inventati secondo certi critici. Secondo quei criteri ben poco si sarebbe conservato del calendario tradizionale della Chiesa Tergestina.» [7].
Con i testi liturgici diocesani propri editi secondo la riforma liturgica del Concilio Vaticano II dal vescovo mons. L. Bellomi, ritroviamo nuovamente menzionati i due Martiri nella data del 7 giugno, giorno nel quale fu stabilita la “memoria” dei Santi Protomartiri della Chiesa Tergestina [8].

dall'Opera del Mainati
sui Santi Tergestini (XIX sec.)
La Passio dei due martiri tergestini – così come di altri di quest’area – secondo Paolo Chiesa, farebbe parte di una «tradizione molto più ristretta, essendo conservate in un numero ridottissimo di manoscritti, di ambito per lo più strettamente locale.» [9]. Antonio Niero, trattando dalle colonne della “Bibliotheca Sanctorum” le figure dei Santi Zenone e Giustina, fa notare che la codificazione del racconto della Passio è assai tardiva: la sua prima pubblicazione si deve a Nicolò Manzuoli sul principio del XVII secolo e deriverebbe dalla collazione di documenti non meglio databili della Chiesa locale. Il Niero ancora, richiamandosi al Lanzoni, opina trattarsi di due Santi omonimi di area veronese il cui culto sarebbe pervenuto in quest’area nord adriatica, tanto più che la Passio tradisce forti analogie e somiglianze con quella dei martiri Dorotea e Teofilo [10].

I resti dei due Martiri tergestini riposano sotto l’altare a sinistra della cappella del Santissimo nella Cattedrale di Trieste. Detto altare, dedicato all’Addolorata, fu consacrato dal vescovo mons. B. Legat nel 1859 (prima vi era un altare ligneo dedicato alla B.V. della Pietà e prima ancora ai Santi Ermacora e Fortunato). Con l’occasione fu effettuata una ricognizione delle reliquie [11]. Un’altra ricognizione avvenne nel 1986: assieme ai resti di Zenone e Giustina si rinvennero altre ossa riconducibili a cinque esseri umani che paiono, dai resoconti dell’indagine osteometrica allora effettuata, appartenere ad individui di età matura o adulta [12].

Francesco G. Tolloi
francesco.tolloi@gmail.com





Note:
[1] Cfr. Proprium officiorum pro Dioecesi Tergestina, Torino, Marietti, 1964.
[2] Dell’opera è stata realizzata nel 2011, su iniziativa della Diocesi, un’edizione facsimilare pregevole in copie numerate per le cure dell’editore bresciano Tarantola.
[3] Rispettivamente: Proprium officiorum pro unitis Dioecesibus Tergestina et Justinopolitana, Tergeste, Coen, 1860, p. XIII e pp. 322 e s.; Proprium officiorum pro unitis Dioecesibus Tergestina et Justinopolitana, Tergeste, Typis S. Pastori, 1884, p. XIX e pp. 243 e s.; Proprium officiorum in usum Ecclesiarum Dioeceson Tergestinae et Justinopolitanae, Ratisbonae, Romae et Neo Eboraci, Pustet, 1900, p. 9* e Pars aestiva, p. 36* e s.. Parimenti si riscontra nel: Proprium Missarum in usum Ecclesiarum Dioeceson Tergestinae et Justinopolitanae, Ratisbonae, Pustet, 1906, p. 16 (fu promulgato dal Vicario in spiritualibus F. X. Leitner qualche anno prima essendo vacante la cattedra episcopale triestina).
[4] Nella editio princeps del Missale Romanum del 1570 il rito della festa di San Bonaventura era “semiduplex”, allora egli era celebrato come Pontefice e Confessore. Nel 1588 egli fu elevato a Dottore della Chiesa, contestualmente gli si assegna il rito “duplex” per uniformarlo agli altri otto Dottori stabiliti da San Pio V.
[5] Cfr. Proprium Officiorum pro unitis Dioecesibus Tergestina et Justinopolitana, Ratisbonae et Romae, Pustet, 1915, Pars aestiva, pp. 20* e ss. (circa la  lectio IX, v. pp. 22* e s.)
[6] Cfr. G. BRUMAT DELLASORTE, Zenone e Giustina,in AA. VV. Santi e Martiri del Friuli Venezia Giulia (a dura di W. Arzaretti), Padova, Messaggero, 201, p. 83.
[7] Cfr. V. CIAN, Il culto liturgico dei santi della tradizione tergestina, in AA. VV. La Tradizione Martiriale Tergestina Storia, culto, arte (a cura di V. Cian e G. Cuscito), Trieste, Edizioni Vita Nuova, 1992, p. 246, nt. 16.
[8] Cfr. Diocesi di Trieste, Liturgia delle Ore, Città del Vaticano, Poliglotta Vaticana, p. 23, nella succinta nota che precede i testi si legge: «[… ] si ricordano oggi anche i santi coniugi (sic!) Zenone e Giustina, i quali avrebbero subito il martirio sotto Diocleziano e Massimiano nell’anno 286».
[9] Cfr. P. CHIESA, Le agiografie dei martiri triestini e aquileiesi nei manoscritti, in AA. VV. San Giusto e la tradizione martiriale tergestina (a cura di G. Cuscito), Trieste, Editreg, 2005, p. 62.
[10] Cfr A. NIERO, Zenone e Giustina, in Bibliotheca Sanctorum, Roma, Istituto Giovanni XXIII nella Pontificia Università Laterenense 1969, vol. XII, col. 1481. Secondo Réginald Grégoire «ricorre pure alla Passione di S. Agnese (sec. VI), di S. Stefano (dagli Atti degli Apostoli) e agli atti di Pietro.»; cfr. R. GRÉGOIRE, Le passioni degli antichi martiri di Trieste, in AA. VV. La Tradizione Martiriale Tergestina Storia, culto, arte (a cura di V. Cian e G. Cuscito), cit., p. 106.
[11] G. BUTTIGNONI, S. Giusto e gli altri martiri triestini, Trieste, Smolars, 1948, pp. 73 e s..
[12] C. CORRAIN, Reliquie di martiri cristiani conservate a Trieste, in AA. VV. La Tradizione Martiriale Tergestina Storia, culto, arte (a cura di V. Cian e G. Cuscito), cit., pp.  147 e ss..


Lezioni del secondo Notturno
[Lectio iv] Sæviénte in christiános persecutióne, Justína Virgo, Tergésti christiánis paréntibus orta, cum quatuórdecim esset annórum, a plúribus ob egrégiam formam in matrimónium postuláta, ómnium sprevi t núptias, ásserens se Christo, cui virginitátem consecráverat, desponsátam esse.Qua re ad prǽsidem deláta,, cum nec promíssis et blandítiis, nec minis et terróribus, ut Christo renúntias diis immoláret, addúci posset, jussu prǽsidis percússa in equúleo suspénditur, et úngulis férreis in péctore dilaniátur. Quos cruciátus cum illa, imploráto Dei auxílio, fórtiter sustinéret, et in torméntis Deo grátias ágeret, ad secúrim damnátur.

Durante una persecuzione acerrima contro i cristiani, la vergine Giustina, nata a trieste da genitori cristiani, giunta all’età di 14 anni, e richiesta da più parti in matrimonio, per la sua bellezza, rifiutò tutte le proposte, affermando di essere sposata a Cristo che l’aveva consacrata alla verginità. Giunta una tal cosa agli orecchi del magistrato, giacché non si poteva condurla a rinunciare a Cristo e immolare agli dei né con promesse e piaceri, né con minacce e spaventi, per ordine del magistrato bastonata, è sospesa al gancio e dilaniata al petto con uncini. Dal momento che ella, implorato l’aiuto di Dio, sopportò con forza quelle sofferenze, e continuava a rendere  grazie a Dio nei tormenti, fu condannata alla decapitazione.
[Lectio v] Intérea Zeno, prǽsidis familiáris Vírgini irrídens, jocóse póstulat, ut sibi ex paradíso Sponsi sui, cujus divítias tantópere extúlerat, poma mítteret. Cum ítaque ad locum supplícii pervenísset Justína, líneum sudárium pomis mirabíliter refértum púero tradit Zenóni deferéndum, subdens : Justína Virgo mittit tibi mala quæ de Paradíso Sponsi sui postulásti, et statim gládio cæsa evolávit ad Sponsum. Zeno autem, cum sudárium accepísset, repénte mutátus, idóla detestári, et Christum verum Deum palam et líbere profitéri non dubitávit.

Frattanto, Zenone, famiglio del magistrato, irridendo la Vergine, le chiede per scherzo che mandasse dal paradiso (giardino) del suo Sposo, le cui ricchezze ella aveva così elogiato, dei frutti. Una volta giunta Giustina al luogo del supplizio, un fanciullo porta a Zenone un drappo di lino mirabilmente riempito con frutti, soggiungendo: “la Vergine Giustina ti invia le mele del giardino del suo sposo che hai chiesto”, e subito, uccisa dalla spada trasvolò allo Sposo. Zenone, ricevuto il drappo, cambio immediatamente, e non esitò a ripudiare gli idoli e a confessare apertamente e liberamente il vero Dio.
[Lectio vi] Quod cum prǽsidi renuntiátum esset, Zenónem ad tribúnal addúci ímperat, sed cum ille nihilóminus in christiánæ fídei confessióne constans perseveráret, præses plumbátis per totum corpus, donec effláret ánimam, eum cædi jubet, et cum in eo torménto nomen et misericórdiam Dómini, Christi Martyr, extóllere non cessáret; véritus præses, ejus exémplo álii ad fidem converteréntur, linguam ei prǽcidi, caput inde amputári mandat. Itaque Justína, abscísso cápite, dúplicem virginitátis et martýrii corónam accépit; Zeno autem consímilis mortis génere pro Christo perémptus, próprio sánguine baptizári méruit prídie Idus Júlii, anno Christi círciter ducentésimo octogésimo sexto, prout Tergestínæ Ecclésiæ monuménta testántur.
Quando la cosa fu annunciata al magistrato, ordinò di portare in tribunale Zenone, ma visto che lui, nonostante ciò, perseverava strenuamente nella confessione della fede cristiana, il magistrato ordina di picchiarlo con mazze piombate per tutto il corpo fino alla morte, e poiché il martire di Cristo in quel supplizio non cessava di magnificare il nome e la misericordia di Cristo, il magistrato, temendo che per il suo esempio altri si convertissero, dà ordine di amputargli la lingua e tagliargli poi la testa. Giustina, pertanto, decapitata ha ottenuto la doppia corona della verginità e del martirio; Zenone, poi, morto per Cristo con simile morte, ha meritato di ricevere il battesimo nel proprio sangue, la vigilia delle idi di luglio (14) dell’anno di Cristo 286, come le memorie della Chiesa triestina attestano.
Da: Proprium Officiorum pro unitis Dioecesibus Tergestina et Justinopolitana, Pars Æstiva, Ratisbonae et Romae, Pustet, 1918, pp. 20 e ss. (vescovo A. Karlin)

sabato 11 luglio 2020

Santi Ermacora e Fortunato, martiri aquileiensi -12 luglio -

Preciso che questo post dedicato ai Santi Ermacora e Fortunato è da considerarsi "under construction". In questa prima fase ho pensato di recuperare un breve contributo che ebbi modo di scrivere, un anno fa, per il settimanale della diocesi di Trieste "Vita Nuova" - che proprio qualche settimana fa, dopo un secolo ha cessato le sue pubblicazioni - con il quale ho avuto modo di collaborare. Dal momento che questo spazio, dedicato ai due patroni dell'antico Patriarcato di Aquileia, è concepito nell'ambito di un più ampio "contenitore" (in fieri), ho ritenuto di mantenerne alcuni tratti caratteristici quali la riproduzione delle lezioni "storiche" del Mattutino, tratte dai Propria locali, con traduzione e l'aggiunta, ove sia possibile, di qualche sussidio liturgico. Riguardo i quest'ultimo aspetto riporterò l'antifona dei Vesperi che ricorre sovente nei testi propri  del territorio trascritta da un breve manoscritto, verosimilmente settecentesco in mio possesso (la trascrizione è stata effettuata utilizzando "GregorioTeX" (per chi lo desiderasse posso inviare il file GABC o un pdf/eps editabile). Prossimamente non mancheranno le novità....con l'auspicio che ciò avvenga in un futuro davvero prossimo!

Francesco G. Tolloi
11 luglio 2020

Nel duomo di Cividale, sino a qualche decennio fa, nella festa della Candelora, si usava dar lettura dell’elenco dei pastori che ressero la Chiesa d’Aquileia prima e poi proseguire, dalla data della soppressione della sede patriarcale a metà del XVIII secolo, con l’elenco degli arcivescovi di Udine, quale ideale prolungamento – pur limitatamente all’area allora politicamente veneta – dell’antica sede aquileiense. Primo di questa cronotassi è Ermacora che la tradizione vuole martirizzato in Aquileia a metà del III secolo assieme al suo fidato diacono Fortunato con il quale è venerato il 12 luglio.

Della loro Passio sono giunte a noi due differenti redazioni, pur poco attendibili sul piano storico.  Stando a queste fonti, trovandosi nell’Urbe il Principe degli Apostoli volle affidare all’evangelista san Marco l’incarico di portare il lume del santo Vangelo alla popolazione dell’allora ancora fiorente città di Aquileia. San Marco sarebbe giunto nella città approdando nella località di Belvedere, tra Aquileia e Grado: ancora oggi, nel sito ove la tradizione assegna l’approdo di san Marco, sorge una piccola chiesa settecentesca dall’irregolare pianta ottagonale un tempo giuspatronato dei marchesi Savorgnan.
Sia vera o meno l’origine “marciana” della sede aquileiese, tanto dibattuta in passato tra gli storici, la tradizione vuole che san Marco – preceduto anche per la sua fama nell’esercizio dell’arte medica - riunisse attorno a sé un ampio gruppo di cristiani da lui battezzati. La neo formata comunità cristiana aveva necessità di un pastore a presiederla ed anche per spingere l’azione evangelizzatrice, si crede perciò che san Marco scegliesse Ermacora, vir christianissimus et elegans persona, che ricevette l’episcopato proprio da san Pietro. Il fervore del vescovo Ermacora pare fu esemplare: predicazione, conversioni, somministrazione dei santi Sacramenti, andavano di pari passo con miracoli che la tradizione gli attribuisce. Ma tanto zelo attirò invidie ed ire dei sacerdoti pagani che ravvisarono in Ermacora un pericoloso concorrente tanto da persuadere il preside Sebasto ad intervenire. Questi lo arrestò e gli intimò di abiurare e offrire sacrifici ai falsi dei. Il reciso rifiuto di Ermacora ebbe come conseguenza un crescendo di atroci torture che destarono orrore e pietà nel popolo di Aquileia. Temendo disordini e tumulti lo fece incarcerare. È proprio dalla cella, che la tradizione vuole emanasse luce e profumi soavissimi, che Ermacora continuava la sua predicazione che tocco il cuore del suo carceriere Ponziano. Questi fu battezzato e di nascosto accompagnava i fedeli presso il vescovo che esorcizzava, operava guarigioni e, soprattutto, continuava la sua predicazione. La sua fama fece crescere la preoccupazione per il mantenimento dell’ordine pubblico in Sebasto che fece decapitare il vescovo con il suo diacono Fortunato nottetempo di nascosto. Le spoglie mortali dei due furono inumate proprio da Ponziano, assieme ad Alessandria e Gregorio, in un cimitero nei pressi della città. 

La tomba divenne meta di pellegrinaggi e la tradizione vuole che molti che si erano recati con fede al suo cospetto venivano sanati dalle infermità. 

Il culto dei santi martiri Ermacora e Fortunato ebbe a diffondersi proprio con l’enorme espansione che ebbe la sfera di influenza della Chiesa di Aquileia anche perché espressione di quella pretesa origine marciana, su cui poggia lo stesso titolo patriarcale, tanto che oggi, al di là della storicità, accomunano le genti latine, slave e germaniche che provvidenzialmente abitano i nostri territori e che in Aquileia ravvisano il faro e prodromo della loro evangelizzazione.

Francesco G. Tolloi
francesco.tolloi@gmail.com


G.B. Tiepolo, i Santi Ermacora e Fortunato
(dettaglio dalla pala della Cattedrale di Udine)

Lezioni del secondo Notturno
[Lectio iv] Hermágoras natióne Germánus civis Aquilejénsis, beáti Marci Evangelístæ, qui primus in eádem Ecclésia Evangélium prædicávit, discípulus, cum eo Romam pétiit, ubi a beáto Petro Apostolórum Príncipe báculo pastoráli insignítus fuit. Aquiléjam inde répetens, dum créditatæ sibi ecclésiæ excoléndæ invígilat, apud Sebástus prǽsidem accusátur quod Christum júgiter prǽdicans, deórum cultum evérteret : qua mob rem diutíssime cæsus, cum intérea Christo grátias ágeret, ac prǽsidis deridéret sævítiam, jubétur in equúleo suspéndi, et únguibus pectus dilaniári. Inde admótis péctori láminis cadéntibus, atque accénsis lampádibus ad látera applicátis, quo diriora experiebántur supplícia, eo dulcióres Christi laudes fortíssimus Martyr efferébat.

Ermacora, cittadino aquileiese di origine germanica, discepolo del beato Marco Evangelista, che aveva per primo portato il Vangelo in quella Chiesa, andò a Roma assieme a lui, dove ricevette il pastorale dal Beato Pietro, Principe degli Apostoli. Ritornato, poi, ad Aquileia, mentre veglia sulla chiesa che gli era stata affidata da pascere, viene accusato al magistrato Sebasto che con la sua ardente predicazione di Cristo, stava distruggendo il culto agli Dei; per la qual cosa, poiché mentre era a lungo bastonato rendeva grazie a Cristo e derideva le sevizie dei magistrati, si ordinò di sospenderlo a un gancio  e che gli si dilaniasse il petto con uncini. Di seguito, strappati dal petto i brandelli di pelle, e apposte delle lampade accese ai lati, quanto più forti erano sentiti i supplizi, tanto più dolci lodi di Cristo il fortissimo Martire affermava
[Lectio v] Eo spectáculo commóta civitáte, Sebástus furórem pópuli timens, subtráctum tortóribus Hermágoram cárceri tetro emáncipat. Nox erat, cum meo loco ingens de cœlo effúlsit lumen, atque persuávis odor replévit cárcerem : quibus prodígiis excitátus Pontiánus cárceris custos, ac illustrátus ea cœlésti luce antíquam superstiónis calíginem discutiénte, ad pedes sanctíssimi Prǽsulis provolútus, initiári póstulat christiánis mystériis. Cujus exémplo excitáta cívium multitúdo, ad Hermágoram certátim cónfluit; ac crucifíxi Dei glóriam cœlésti spíritu prædicántem atténdit, ejúsque religiónem veram esse, atque únicam in cœlum viam edócta, christiáno gregi per lavácrum regeneratiónis adjúngitur, incredíbili cum gáudio sancti Pastóris. Fuit ex eo número Gregórius patrícius aquilejénsis, cujus fílium  a triénnio energúmenum, jubénte Hermágora, dæmon dimísit, perspiciéntibus cunctis : atque a cárcere egréssus, Gregório universáque illíus família própriis in ǽdibus baptizáta, in cárcerem ultro revértitur, quem ob crebra mirácula Dei sacrárium reddíderat, ac sibi inter loci illíus angústias et squalórem, tamquam in cœlo ætérnis cum Christo a delíciis frui videbátur.

Poiché la città era sconvolta da quello spettacolo, Sebasto, temendo l’ira del popolo, sottrae Ermacora agli aguzzini e lo getta in un oscuro carcere. Era la notte, allorché in quel luogo brillò una grande luce dal cielo, e un dolce odore riempi il carcere. Scosso da quei prodigi, Ponziano, il custode del carcere, illuminato da quella luce celeste che scacciava la nebbia antica dell’idolatria, prostrato ai piedi del santissimo Presule, chiede di essere iniziato ai misteri cristiani. Mossa da un tale esempio, una grande moltitudine di cittadini, corse immediatamente da Ermacora; e lo ascolta insegnare, con uno spirito divino, la gloria del Dio crocifisso, e che la sua religione e la vera e l’unica via al cielo, la moltitudine si aggrega al gregge cristiano tramite il lavacro di rigenerazione, con un incredibile gioia del Santo Pastore. Fu di quel numero il patrizio aquileiese Gregorio, il cui figlio che da tre anni era indemoniato, per ordine di Ermacora, fu liberato dal demonio, sotto gli occhi di tutti, essendosi battezzato Gregorio e tutta la sua famiglia nella propria casa, ritorna in carcere, che per i tanti miracoli si era trasformato in un santuario di Dio, e gli sembrava, tra le sofferenze e lo squallore di quel luogo, di essere come in cielo a godere della gioia eterna con Cristo.
[Lectio  vi] Cum itaque advérterent presbýteri et clérici Hermágoram amóre Christi Dómini ita succénsum, ut nihil magis quam martýrium exoptáret, rogábant, quid factúri essent eo subláto; et respónsum accepérunt, quod Fortunátum suum archidiáconum in epíscopu, elígerent, qui sacris undis matrónam víduam Alexandríam nómine ablúerat, quæ in cárcerem, præfécto annuénte, admíssa, ad pedes Hermágoræ lumen oculórum jam recéperat. Quibus ad Sebástum delátis, Fortunátum quoque in eúmdem cárcerem detrúdi jubet, ubi tam multa per ambos edebántur in dies mirácula, ut semper magis sibi métuens Sebástus a multitúdine pópuli, quæ Christo adhǽserat, spiculatórem de nocte immíserit, qui Christi athlétis cervíces abscínderet. Quo perácto, cadávera et sanguis a Pontiáno clam collécta, et a pia mulíere Alexandría, Gregório adjutóre, aromátibus delibúta, in agro suo juxta urbis moénia perhonorífice cóndita sunt. Passi sunt sub Neróne Cǽsare, quarto Idus Júlii.
Quando i sacerdoti e gli altri chierici si furono resi conto che Ermacora era così acceso dall’amore per Cristo che non desiderava nulla di più che il martirio, pregavano per sapere cosa avrebbero fatto una volta che egli fosse morto; ed ebbero la risposta che ordinassero Fortunato, il suo arcidiacono, come vescovo, che aveva battezzato la matrona vedova Alessandria, che con il permesso del magistrato si era recata in carcere e aveva già recuperato la vista ai piedi di Ermagora. Riferito un tanto a Sebasto, egli ordina di portare Fortunato nello stesso carcere, dove i miracoli dei due si moltiplicavano così che Sebasto, con sempre maggior timore per la moltitudine che aveva aderito a Cristo, inviò di notte una sentinella che decapitasse i due atleti di Cristo. Eseguito l’ordine, i cadaveri e il sangue furono subito recuperati da Ponziano, e cosparsi di aromi dalla pia matrona Alessandria, con l’aiuto di Gregorio, e furono sepolti in un campo vicino alle mura della città con grandi onori. Hanno ricevuto il martirio sotto Nerone Cesare il 12 luglio.
Da: Proprium Officiorum pro unitis Dioecesibus Tergestina et Justinopolitana, Pars Æstiva, Ratisbonae et Romae, Pustet, 1915, pp. 16 e ss. (vescovo A. Karlin)

Consacrazione del Vescovo Ermacora presso la Cripta degli Affreschi nella Basilica di Aquileia. 
Antifona al Magnificat dei Vesperi dei Santi Ermacora e Fortunato

sabato 30 maggio 2020

Santi Canzio, Canziano e Canzianilla, martiri aquileiensi - 31 maggio -

Sul numero del 29 maggio 2020 del settimanale della diocesi di Trieste "Vita Nuova" è stato pubblicato un mio contributo sulle figure dei santi martiri aquileiensi Canzio, Canziano e Canzianila (i Santi Canziani) un tempo presenti nei propria diocesani triestini. In accordo con la direzione del settimanale lo riproduco sul mio blog con l'intento, in un futuro che mi auguro prossimo, di raccogliere in una apposita sezione le notizie inerenti il santorale locale. Per utilità dei lettori del blog  ho aggiunto le "lezioni storiche" del Mattutino con la traduzione in lingua italiana ed anche - grazie al contributo del mio caro amico e collega di "ricerche liturgiche aquileiensi" Gianluca Gortan Cappellari che qui sentitamente ringrazio - un inno tratto dall'ufficio dei Santi Canziani presente nell'antifonale di Kranj (Slovenia) - ora custodito presso la Biblioteca Arcivescovile di Lubiana - afferente alla tradizione liturgica del rito proprio del patriarcato (fol. 206v-207r).

F.G.T.

“Aut Aquileiensem si fortasse acesseris urbem Cantianos Domini nimium venereris amicos”, con queste parole Venanzio Fortunato esortava i pellegrini, di passaggio ad Aquileia, a venerare le reliquie dei santi Canzio, Canziano e Canzianilla (talvolta chiamata “Canzianella”) “amici del Signore”. Grande era la fama di questi fratelli che sugellarono con il loro sangue la fedeltà a Cristo, una fama diffusissima geograficamente, riconducibile – secondo le parole di monsignor Ireneo Daniele (in “Bibliotheca Sanctorum”) alla stima di cui godeva la Chiesa di Aquileia nel contesto dell’antichità cristiana. Stando al racconto tramandatoci dalla loro Passio, i Santi Canziani erano tre fratelli romani di cospicua famiglia, legati in parentela con la stirpe degli Anici, che crebbero nella fede cristiana istruiti dal loro precettore San Proto. Venuto a mancare l’imperatore Marco Aurelio Carino (seconda metà del III secolo) - durante il cui regno potevano professare sostanzialmente indisturbati la fede cristiana - essi decisero di abbandonare l’Urbe per raggiungere Aquileia ove possedevano immobili e terreni e potevano contare sull’amicizia con San Crisogono. 

Prima di abbandonare Roma liberarono i loro schiavi e li battezzarono nonché distribuirono il ricavato della vendita dei loro numerosi beni ai bisognosi. Appena giunti ad Aquileia vennero informati che l’amico Crisogono, a motivo della sua fede, era stato tratto in arresto. Dagli altri prigionieri cristiani appresero che l’amico era stato ucciso ad Aquae Gradatae (oggi San Canzian d’Isonzo), una località a poco più di una decina di kilometri dalla metropoli altoadriatica presso il fiume Isonzo. La notte stessa apparve loro il Signore che li esortava a raggiungere il luogo del supplizio dell’amico. Assieme a Proto, a bordo di un carro trainato da mule, raggiunsero la vicina località. Nel mentre sostavano in preghiera alla tomba del martire Crisogono, vennero individuati dalle guardie inviate dai magistrati aquileiesi Dulcidio e Sisinnio che – in ottemperanza al mandato dell’imperatore Diocleziano – perseguivano i cristiani. Gli uomini d’arme intimarono ai Canziani di abiurare la vera fede e rendere omaggio ai falsi dei, ma - davanti al loro risoluto rifiuto - decisero di giustiziarli sul posto mozzando loro il capo. Era il 31 maggio dell’anno 303. Il presbitero San Zoilo diede loro sepoltura nei pressi della tomba di San Crisogono, poco lontano fu inumato pure il fedele maestro San Proto. Sul luogo della sepoltura sorse una basilica e dunque un monastero (probabilmente distrutto durante le invasioni ungare); la località di Aquae Gradatae prese il nome dai fratelli martiri tanto che un diploma imperiale dell’inizio del IX secolo lo denomina “vicus sanctorum Cancianorum”. Il culto dei Santi Canziani – di cui talora si ha contezza anche dai toponimi - crebbe e si diffuse enormemente oltrepassando i limiti del Friuli per raggiungere l’Istria, la Lombardia, la Slovenia, l’Austria. Troviamo la presenza del loro culto anche nei breviari e messali di rito ambrosiano novecenteschi per l’arcidiocesi di Milano, forse un antico retaggio dei serrati rapporti tra le due metropolie. La sede milanese fu tra quelle che rivendicavano le reliquie dei Canziani: la terza lezione “ad laudes” del 31 maggio (Breviarium Ambrosianum, Pars aestiva I, Mediolani, Daverio, 1957, p. 542) riporta che le reliquie di questi martiri aquileiensi furono poste “sub ara Confessionis” del Duomo all’epoca di San Carlo Borromeo. 

Ma proprio intorno le reliquie dei Santi Canziani ruota una interessantissima scoperta degli anni Sessanta dello scorso secolo quando, l’Istituto di Archeologia Cristiana  dell’Ateneo triestino diretto da Mario Mirabella Roberti, promosse degli scavi nel territorio del comune di San Canzian d’Isonzo. Durante le complesse operazioni furono riportate alla luce numerose testimonianze dell’antica località di Aquae Gradatae e fu scoperta la tomba dei Santi Canziani con un rivestimento di lastre marmoree. In essa giacevano tre scheletri di giovani individui: due di sesso maschile ed uno di sesso femminile, successive analisi addivennero alla conclusione che i tre erano legati da vincoli parentali, dando così attendibilità al racconto della Passio tanto che «ridonarono dignità storica alle figure dei Canziani, fino ad allora confinate nella leggenda, offrendo così alla Chiesa di Aquileia uno straordinario dono: le uniche reliquie certe di martiri aquileiesi» (G. Brumat Dellasorte, Canzio Canziano e Canzianilla, in Santi e Martiri nel Friuli e nella Venezia Giulia, a cura di W. Arzaretti, Padova Messaggero, 2001, p. 37). A Trieste il culto dei Santi Canziani è attestato nel quattrocentesco Breviarium del Capitolo Cattedrale e anche nei propria diocesani sino all’epoca di San Pio X col rito duplex. L’alleggerimento che si ebbe in quegli anni portò a limitarne le celebrazioni solo nelle chiese di cui erano titolari (cfr. Proprium Officiorum pro unitis dioecesibus Tergestina et Justinopolitana, Pars verna, Ratisbonae et Romae, Pustet, 1915, p. 22; qui il rito è sempre duplex e si fa riferimento alla Octava communi proprio perché considerati appunto patroni di specifiche chiese). Essi nelle diocesi di Trieste e Capodistria (stando al dato dell’annuario del 1933) erano titolari di ben sei chiese di cui alcune di antichissima fondazione. Tra di esse ricorderemo quella di Lanischie/Lanišče nel decanato di Pinguente/Buzet ove prestava servizio il Beato don Miroslav Bulešić ucciso in odium fidei nel 1947 nella canonica: martire in una chiesa intitolata a dei martiri.

Francesco  G. Tolloi


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diocesano di Trieste "Vita Nuova"


Giacomo Secante (seconda metà XVI secolo) I Santi Canziani.

Lezioni del secondo Notturno
[Lectio iv] Cantiánus præclára Aniciórum progénie, christiána fide longe clárior evásit. A puerítia sub Proti viri sanctíssimi disciplína instrúctus, neglécto aviatárum dignitátum fastu, elégit magis afflígi cum pópulo Dei, quam temporális peccáti habére jucunditátem. Quaprópter virtúte non minus, quam ætáte profíciens, Diocletiáno et Maximiáno imperatóribus, in christiános nefárie sæviéntibus, fidem, quam corde et ore profitebátur, ut opéribus étiam comprobáret, opulentíssimo véndito património, pecúniam omnem in christiános inópia laborántes distríbuit; plurimósque servos, quos domi alébat, sacro ablútos baptísmate, libertáte donávit. Ut vero céteris étiam fidélibus in váriis Itáliæ provínciis sum immanitáte persecutiónis geméntibus esset subsídio, assúmptis peregrinatiónis sóciis Cántio fratre, Cantianílla, ac Proto paris propósiti et fídei consórtibus, regiónes várias perlustrávit.

Canziano, della nobile stirpe degli Anicii, si dimostrò molto piu nobile per la fede cristiana. Educato fin da fanciullo nella disciplina di Proto, santissimo uomo, rifiutato il fasto delle dignità avite, preferì essere afflitto con il popolo di Dio, piuttosto che godere dei peccati del secolo. Pertanto, crescendo in virtù, non meno che in età, sotto gli imperatori Diocleziano e Massimiano, che scelleratamente incrudelivano contro i cristiani, per provare con le buone opere la fede che confessava con la bocca e con il cuore, dopo aver venduto il suo ricchissimo patrimonio, distribuì tutto il denaro ai cristiani più poveri; affrancò i numerosi servi della sua casa, dopo che ricevettero il battesimo. Inoltre, affinché ci fosse un aiuto anche agli altri fedeli che soffrivano la gravissima persecuzione nelle altre provincie dell’Italia, si mise a viaggiare nelle diverse regioni, prendendo come compagni di viaggio il fratello Canzio, Canzianilla e Proto, che gli si associavano nella fede e nella missione.

[Lectio v] Cum autem Aquiléjam adventásset, et quanta pridem passus fúerit Christi athléta Chrysógonus accepísset, ardentióri caritátis flamma succénsus, cœpit clam hortári omnes, v                        ut in propósito fídei permanérent; ac noctu vísitans eos, qui vincti in custódiis tenebántur, ad aspérrima quæque pro Christo perferénda ignítis sermónibus animábat. Et cum mox advérsus ómnia perícula impertérritus palam cœpísset annuntiáre Jesu Christi fidem, magna facta est virórum ac muliéreum accéssio ad illam profiténdam, dante Deo, ut signis atque prodígiis verbum Dómini confirmarétur : nam Cantiánus leprósos, et dæmónibus vexátos curábat, cæcici visum, ægris sanitátem impertiebátur.

Quando giunse ad Aquileia e fu informato di quanto avesse patito Crisogono, campione di Cristo, acceso di una fiamma di carità ancora più ardente, si mise a esortare tutti affinché rimanessero nel proponimento della fede; e nelle sue visite notture esortava con parole di fuoco coloro che erano detenuti in prigione affinché sopportassero qualunque tortura per Cristo. E una volta che, determinato a fronte di qualsiasi pericolo, si mise ad annuciare la fede in Gesù Cristo apertamente, subito ci fu una grande conversione di uomini e donne alla professione di quella, concedendo Dio che la Parola del Signore venisse confermata da segni e prodigi; infatti, Canziano curava i lebbrosi e gli ossessi dai demoni, e restituiva ai ciechi la vita ai malati la salute.

[Lectio VI] Quibus audítis Duclídius præses, ejúsque colléga Sinísius, Cantiánum ejúsque sócios Christo renuntiáre frustra jubent; torménta tamen in ipsos, propter exímiam géneris nobilitátem, nónnisi Imperatórum mandáto exhibére sunt ausi. Missis ígitur, qui reférrent, quod evénerat, ad hujúsmodi núntium excandescéntes conféstim rescríbunt, gloriósos Christi Confessóres, ni diis sacríficent, cápite plecténdos. Quare Sisínius, collécta spiculatórum manu, ipsos super rheda abeúntes inséquitur, comprehedítque eódem in loco ad Aquas Gradátas, ubi Chrysógonus martýrii cursum felíciter consummáverat. Tunc generósi athlétæ, elevátis ad cœlum mánibus, psalléntes et grátias agéntes Deo, seséque invicem confortántes, flexis génibus deprecabántur : Dómine Jesu Christe, Deus omnípotens, dírige santum Angelum tuum ad auxílium nostrum, ut confundántur omnes, qui adórant sculptília; ac deínde impávidi prídie Kaléndas Júnii sacras cervíces ferro præcidéndas constantíssime obtulérunt. Quorum córpora Zeno présbyter aromátibus condíta prope ejúsdem santi Chrysógoni sepúlchrum tumulávit.

Informati di ciò, il prefetto Duclidio e il suo collega Sinisio, ordinano invano a Canziano e ai suoi compagni di rinunciare a Cristo; tuttavia non osarono torturarli, per la nobiltà della loro stirpe, se non per avendo ricevuto il mandato imperiale. Invati dunque dei messi che spiegassero la situazione, a tale notizia essi [gli imperatori] adirati subito riscrivono che si condanni a morte i gloriosi confessori di Cristo, ove non sacrificassero agli dei. Sisinio, allora, scortato da una pattuglia di guardie, si mette ad inseguirli mentre si stavano allontanando in carrozza, e li cattura alle Acque Gradate, nel medesimo luogo dove Crisogono aveva felicemente coronato il martirio. Allora i generosi atleti, innalzate al cielo le mani, cantando i salmi e ringraziando Dio, facendosi forza a vicenda, pregavano in ginocchio; o Signore Gesù Cristo, Onnipotente Iddio, invia il tuo Santo Angelo in nostro aiuto, perché siano svergognati coloro che adorano le statue; e quindi impavidi, il giorno precedente il 1 giugno, con fermezza offrirono le loro teste per essere tagliate. Il sacerdote Zeno, unti i loro corpi con olii profumati, li tumulò presso il sepolcro dello stesso san Crisogono.

Da: Proprium Officiorum pro unitis Dioecesibus Tergestina et Justinopolitana, Pars Verna, Ratisbonae et Romae, Pustet, 1915, pp. 22 e ss. (vescovo A. Karlin)

* Le edizioni precedenti riportano gli stessi testi per le lezioni; ad esempio Proprium Officiorum pro unitis Dioecesibus Tergestina et Justinopolitana, Tergesti, Cum Typis S. Pastori, 1884, pp 162 e ss. (del vescovo G. N. Glavina), o Proprium Officiorum in usum Ecclesiarum unitarum Dioeceson Tergestinae et Justinopolitanae, Pars Verna, Ratisbonae-Romae-Neo Eboraci, Pustet, 1900, pp. 67* e s. (vescovo A. M. Sterk) La festa era celebrata come duplex. Come detto con il proprium del vescovo Andrej Karlin (1915) la celebrazione viene limitata alle numerose chiese delle diocesi unite di Trieste e Capodistria.

Inno dei Santi Canziani dall'Antifonale di Kranj.

fol. 206v.
fol. 207r.
Trascrizione dell'Inno di Gianluca Gortan Cappellari

venerdì 22 maggio 2020

San Servolo martire tergestino. - 24 maggio -

Sul settimanale della diocesi di Trieste "Vita Nuova", con il quale ho modo di collaborare, ho pubblicato alcuni articoli divulgativi su vari santi martiri tergestini ed altri sono in procinto di redigere e pubblicare Ho pensato di proporli anche in questo mio blog (col consenso della Direzione del settimanale che qui ringrazio), col proposito di ampliarli in futuro magari con qualche parte dei propria o altro (ad esempio dell'epoca in cui vigeva l'uso aquileiense) e magari di creare una sezione ad essi dedicata; inizio proprio dal compatrono san Servolo.

F.G.T.


Circa a metà della navata di destra più estrema della cattedrale di Trieste, si apre una cappella dove, nel corpo di un sobrio e lineare altare eretto negli anni Trenta del Novecento, trova posto un’urna di cristallo intelaiata in metallo argentato, opera del goriziano Giuseppe Lipizer, in cui si scorgono le ossa, in particolare il cranio, attribuite a san Servolo martire e compatrono di Trieste. Ma chi fu questo Santo che la Chiesa triestina venera come compatrono e che il Martyrologium Romanum ne commemora il martirio il 24 di maggio?
Per ottenere qualche informazione dobbiamo necessariamente rifarci alla sua Passio, con la necessaria consapevolezza che, in questi casi, ci troviamo di fronte a fonti compilate tardivamente e che spesso risentono di un certo modello stilistico, talvolta manieristicamente ricalcato e persino imitato, tendente a “fiorire” il nucleo del racconto fino quasi “offuscarlo”. Tuttavia non possiamo aprioristicamente prescindere da esse proprio perché spesso si tratta dell’unica testimonianza scritta.

Le ossa di san Servolo (Cattedrale di S. Giusto, Trieste)
Per quanto concerne la Passio del nostro compatrono, come riferì mons. Vittorio Cian dalle colonne del nostro settimanale poggiando la sua affermazione sugli studi del Saxer, essa è «degna di considerazione e passibile di indagini ed approfondimenti.» (Vita Nuova, 22 maggio 1987). Giuseppe Cuscito ha proposto, invece, delle osservazioni circa l’assunto dello studioso basate sull’analisi delle ossa che, diversamente da quanto narratoci dal racconto della passione, attestano trattarsi di un unico individuo di età adulta e non di un adolescente come tradito, ma anche  su altri elementi quali la figura del preside romano che  vedremo protagonista della vicenda (si veda in proposito: Cuscito G. Martiri cristiani ad Aquileia e in Istria, pp. 86 e ss.)

Dal testo della Passione apprendiamo che san Servolo era un giovane laico, nato in una famiglia di spicco e benestante della Tergeste di allora che lo fece crescere educandolo nella fede cristiana. L’indole del fanciullo ebbe a mostrarsi ben presto incline alla spiritualità ed alla contemplazione, tanto che lo si ritrova sovente immerso in quieta e profonda meditazione. Durante uno di questi momenti, il ragazzo – per ispirazione divina e nel desiderio di unirsi più intimamente al Signore – matura l’idea di ritirarsi a vita eremitica. A tale proposito elegge per suo riparo e luogo di ritiro dal secolo lo speco che in sua memoria ed onore ancora ne porta il nome. Questo luogo si trova in territorio della Repubblica di Slovenia, alle spalle del comune di Dolina, sopra di esso è sorto un castello, di cui oggi sopravvive solo una modesta parte, tra le cui mura tanta storia locale è passata.
Trascorsero quasi due anni, spesi tra preghiera, digiuni e mortificazione e all’insegna dell’anacoretismo, quando, la stessa divina ispirazione, lo portò a decidere di far ritorno presso i suoi cari. Nel percorrere il cammino verso casa, la sua strada fu attraversata da un serpente di grosse dimensioni. La vista del rettile atterrì Servolo che, una volta rincuoratosi, si avvicinò e con la sua mano tracciò un segno di croce e quindi soffiò provocando la morte istantanea del grosso serpente. Tra i tanti miracoli e prodigi attribuiti a Servolo ho ritenuto di riportare il primo di cui si riferisce per l’impatto che ebbe per l’iconografia, tanto che il martire san Servolo è quasi sempre rappresentato con ai piedi un serpente (nei celebri medaglioni di Pompeo Randi nella chiesa triestina dei  Cappuccini di Montuzza, il serpente assume le proporzioni di un drago).

Guarigioni, esorcismi, numerose conversioni diffusero la fama del Santo, sicché numerosi fra i triestini di allora accorrevano presso la casa di Servolo per essere da lui aiutati o sollevati. Ma con la crescente fama di santità, crebbe – del pari – il sospetto delle autorità romane preoccupate di veder distogliere i triestini dalla frequentazione dei templi delle divinità pagane. Fu proprio questa accusa che fu avanzata a Servolo tradotto in catene innanzi al preside Giunilo che dava corso agli editti dell’imperatore Numeriano volti a reprimere il cristianesimo. Il preside accusava di magia il nostro compatrono che ruppe il suo silenzio solo per dare testimonianza che i miracoli si attuavano per volontà di Cristo che tramite il suo operato si manifestava. La risoluta risposta di Servolo esacerbò Giunilo che impartì l’ordine di percuotere duramente il giovane che oppose, per contro, la sua fermezza e serenità. La perseveranza del giovane fu motivo dell’inacerbirsi dei supplizi inferti dai pagani persecutori: Servolo si vide lacerare le sue carni con acuminati uncini di ferro, fu straziato sull’eculeo, infine – per infiggere maggior tormento – dell’olio bollente fu cosparso sulle sue ferite aperte e sanguinanti. Ma dinnanzi a questo crescendo di crudeltà inferta Servolo mantenne la serenità. Esasperato da un tanto il preside ordinò la decapitazione di Servolo. Si compiva così il suo martirio, stando sempre alla Passio era il 24 maggio dell’anno 284. Durante la notte che seguì questi fatti, sua madre Clementia, si premurò di prelevare il corpo del figlio martire e per dargli – con l’aiuto di altri correligionari – una adeguata nonché degna ed onorata sepoltura.

La prima testimonianza artistica che attesta il culto di san Servolo ci è data dal mosaico dell’abside meridionale della basilica cattedrale di Trieste, ove san Servolo è raffigurato a destra del patrono principale san Giusto. 
San Servolo (dettaglio mosaico XIII secolo, Cattedrale di S. Giusto, Trieste)

La presenza nei testi liturgici locali è attestata con costanza dal quattrocentesco Breviarium ordinato secondo gli usi aquileiesi (cessati nel 1596) e il calendario locale nonché nei Propria diocesani.  

Va segnalato che nel XVI secolo in città si tenevano vivaci festeggiamenti in onore di san Servolo che culminavano con la processione con l’offerta delle cere presso le reliquie del martire e con una gara di balestra che si teneva nella “Piazza Maggiore”, con celebrazioni e manifestazioni che si protraevano per gli otto giorni successivi, un tanto ci dice del legame dei nostri concittadini di allora con i Santi protettori.
Non si ha certezza di luoghi di culto intitolati al santo martire compatrono, sebbene mons. Giusto Buttignoni ritenga che la piccola via omonima, alle pendici del rione di San Giacomo, tragga la denominazione da una chiesa non più esistente (San Giusto e gli altri Martiri Triestini, p. 43). Va notato che il Buttignoni sovente tende a dar spiegazione degli agiotoponimi sulla scorta di edifici sacri un tempo presenti. Invece possiamo in modo più verosimile sostenere l’esistenza di una chiesa ipogea proprio nella grotta ove visse san Servolo di cui rimane un altare. Appare certo che la tradizione locale circondava anticamente questo luogo di un’aura di sacralità: si usava, ad esempio, recarsi a raccogliere l’acqua di stillicidio nella grotta e le si attribuivano poteri miracolosi dovuti all’intercessione del Santo. Il Valvasor, parlando di questo luogo, alla fine del Seicento, riporta una leggenda secondo la quale nei dintorni non crescono le rape bianche, il popolo ricercava la spiegazione in una punizione di san Servolo che non fu sfamato dagli antichi paesani. Il fervore intorno a questo luogo ebbe a scemare nel secondo dopoguerra complici anche i dolorosi eventi che segnarono quei territori contesi.

Francesco G. Tolloi
francesco.tolloi@gmail.com




Lezioni del secondo Notturno.
[Lectio iv] Sérvulus, patre Eulógio, matre Cleméntia, Tergésti natus et ab infántia in Christi religióne pie educátus, cum duódecim esset annórum, extra civitátem in specum, quæ hodiédum sancti Sérvuli appelátur et altáre in ejus honórem eréctum habet, ubi vitam omni pœnitentiárum génere ásperam, sed rerum cæléstium contemplatióne et Dómini sui amóre suávem, per annum et novem menses duxit. Inde, monénte Deo, egréssus, cum domum patérnam repéteret in via serpéntem ingéntis magnitúdinis, signo crucis múniens se et in eum insúfflans, necávit. Sed et visus est mirábile impérium  in serpéntem infernálem obtinuísse; obséssum enim a dǽmone liberávit, píaque fert tradítio, néminem ex Tergestínis, ipso intercedénte, umquam dǽmonum infestatióne vexátum, uti nec domus, vel loca in quibus áliquid rúderum ex ejus specu pie asservarétur.

Servolo, nato a Trieste dal padre Eulogio e la madre Clemenzia, essendo stato educato piamente nella religione di Cristo fin dall’infanzia, all’età di 12 anni si ritirò per un anno e nove mesi in una grotta, che oggi è chimata di San Servolo e ha un altare a lui dedicato, dove visse aspramente per ogni genere di penitenze ma anche dolcemente per la contemplazione delle cose celesti e l’amore del suo Signore. Uscito di là, per ordine divino, mentre ritornava verso casa, uccise un enorme serpente facendosi il segno della croce e soffiando su di lui. Ma anche fu chiaro che egli aveva acquisito un miracoloso imperio sul serpente infernale; egli, infatti, liberò un possesso dal demonio e una pia tradizione tramanda che nessun triestino poteva essere attaccato dai demoni, né nessuna casa o luogo dove si conservasse piamente un qualche rudere della sua grotta.

[Lectio v] Mórtuo patre, cum Evangélii veritátem palam enúntians, Fulgéntiæ, nóbilis matrónæ, fílium qui letháli febri laborábat, apprehénsa manu, matri incólumem reddidísset, eóque miráculo matrem cum fílio ad fidem convertísset, et Dídymum cæmentárium, qui ex alto præceps rúerat, invocáto Christi nómine, prótinus sanásset; jubénte prǽside comprehénsus et in confessióne fídei constánter persevérans, nervis dire cǽditur, in equúleo torquétur, férreis úngulis excarnificántur et fervénti óleo nudus perfúnditur.

Dopo la morte del padre, mentre stava liberamente annunciando la verità evangelica, dopo che ebbe restituito incolume, prendolo per mano, alla nobile Matrona Fulgentia, il figlio che era affetto da una febbre letale, e dopo aver convertito alla fede, grazie a tale miracolo la madre e il figlio, e dopo aver sanato, per l’invocazione del nome di Cristo, il muratore Didimo, che era caduto dall’alto, per ordine del magistrato fu catturato e, perseverano nella confessione di fede con costanza, fu frustrato atrocemente, torturato sull’eculeo, fu scarnificato con artigli di ferro e cosparso, nudo, di olio bollente.

[Lectio vi] Quæ torménta cum sanctus Conféssor ætate adhuc juveníli, fortitúdine tamen plus quam viríli superásset, mortis tandem senténtiam lætus suscípiens, gloriósam martýrii palmam cápitis obtruncatióne proméruit, anno Dómini ducentésimo octogésimo quarto. Ejus corpus Cleméntia, pia mater, honorífice sepelívit; sacras ejus relíquias, póstmodum in arca marmórea decénter cónditas, in ecclésia cathedráli Divi Justi magna cum devotióne Tergestíni venerántur, eúnque inter civitátis Patrónos retulérunt.

Dopo aver sopportato con una forza più che virile tali tormenti, lui, il Santo Confessore, ancora cosi giovane, ricevendo con gioia la sentenza di morte, meritò la gloriosa palma del martirio per decapitazione, nell’Anno del Signore 284. Clemenzia, la sua pia madre, seppellì il corpo con onore. I triestini venerano con grande devozione le sue reliquie, ricomposte, poi in un’arca di marmo, nella chiesa cattedrale di San Giusto, e lo annumerarono tra i patroni della città.

Da: Proprium Officiorum pro unitis Dioecesibus Tergestina et Justinopolitana, Pars Verna, Ratisbonae et Romae, Pustet, 1915, pp. 20 e s. (vescovo A. Karlin)


* Le edizioni precedenti riportano gli stessi testi per le lezioni; ad esempio Proprium Officiorum pro unitis Dioecesibus Tergestina et Justinopolitana, Tergesti, Cum Typis S. Pastori, 1884, pp 148 e ss. (del vescovo G. N. Glavina), o Proprium Officiorum in usum Ecclesiarum unitarum Dioeceson Tergestinae et Justinopolitanae, Pars Verna, Ratisbonae-Romae-Neo Eboraci, Pustet, 1900, pp. 63* e ss. (vescovo A. M. Sterk) La festa del compatrono era celebrata come duplex majus. Nei propria redatti ad mentem delle riforme di San Giovanni XXIII, san Servolo è Commemoratio e dunque non ci sono le lezioni anzidette; cfr. Proprium Officiorum pro Dioecesi Tergestina, Torino, Marietti, 1964, p. 11 e s. (arcivescovo A. Santin).