domenica 15 febbraio 2026

Le Stazioni quaresimali. Un itinerario di penitenza, preghiera ed istruzione. Cenni.

 In vista dell'inizio della Quaresima 2026, ho pensato di riprendere un vecchio articolo sull'argomento delle "stationes" liturgiche che avevo pubblicato durante la mia collaborazione, come responsabile della redazione per la pagina "cultura" del Settimanale diocesano di Trieste (27 febbraio 2022).

Buona Quaresima a tutti i miei lettori

F.G.T.

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Quella delle Stationes, specie per il sacro tempo della Quaresima è una pratica antica eppure odiernamente ancora sentita e vissuta nell’Urbe. Al di là di sporadici riferimenti in Tertulliano (principio del III secolo), più specifiche allusioni su tale particolare costumanza, si riscontrano nell’omiletica di San Leone Magno (+ 461). Il termine stazione rivela un’origine militare della prassi: la “statio” era infatti, nel gergo militare romano, il sito riservato ai soldati di guardia e alla posta dei cavalli. Il significato fu poi trasferito a specifiche adunanze liturgiche e devozionali di fedeli in una determinata chiesa romana in un preciso giorno. Questa trasposizione del significato si ritrova evidente già in Sant’Ambrogio. Egli, in una sua apostrofe, accosta il percorso quaresimale con la vita militare: egli paragona i digiuni ai castra dell’esercito (Sermo 21, in PL 17, 644). Si potrebbe dire che allo stesso modo in cui i soldati spostavano i loro accampamenti, i cristiani – ancora in epoca di persecuzione – spostavano i luoghi delle sinassi, dunque dei “presidi oranti”, di casa in casa e poi – a seguito della pace di Costantino (313) - di chiesa in chiesa. L’organizzazione e sistematizzazione della prassi stazionale, forse parzialmente imitativa di usi gerosolimitani, avvenne per mezzo dell’azione di San Gregorio Magno (+ 604): all’epoca vennero fissate le ‘chiese stazionali’ che sono 44 (pur con alcune ripetizioni per quanto concerne le basiliche papali), di esse se ne faceva esplicita menzione nel Missale romanum sino alla riforma seguita al Concilio Vaticano II: si tratta di una testimonianza che sottende il carattere marcatamente “urbano” del Messale romano che poi diffusosi – per complesse vicissitudini storiche – capillarmente, fino quasi ad imporsi, su altre forme e prassi liturgiche occidentali. Le stationes non riguardavano il solo tempo quadragesimale, esse si riscontrano anche in altri momenti particolarmente intensi dell’anno liturgico (“Tempi forti”), ma in Quaresima si rivestono di significato penitenziale che rimanda ed evoca con nitore un’epoca in cui i misteri ripercorsi dall’anno liturgico ritmavano e segnavano i tempi della società. Le jejuniorum veneranda solemnia costituivano visibilmente e concretamente un momento in cui la società cristiana sospendeva molte delle sue ordinarie occupazioni ed incombenze (ad esempio l’attività dei tribunali), bandiva le occasioni pubbliche di svago e mondanità (si pensi alla chiusura dei teatri), e si concentrava in direzione di un rinnovamento – specie con il ricorso e la pratica assidua degli strumenti della penitenza, della preghiera e dell’istruzione - in vista di una resurrezione in Cristo mediante una partecipazione al mistero del suo trionfo sulla morte. È in questo contesto che si comprende il modo di vivere le stazioni in cui i tre aspetti caratterizzanti sopra elencati trovano concretizzazione e compiutezza. L’aspetto penitenziale viene messo in risalto dalla processione: ad essa prendeva parte il papa stesso, che camminava spesso a piedi scalzi, dalla “chiesa di colletta” (da cui il nome della prima orazione della messa): qui si adunava il popolo cristiano, per muovere verso la “chiesa stazionale” incedendo processionalmente al canto delle litanie dei Santi. Alla chiesa stazionale si celebrava l’ufficiatura, si veneravano le reliquie dei Santi conservate e, infine, si celebrava la Messa (aspetto orante). Al papa spettava poi tenere l’omelia che costituiva un momento di istruzione per i fedeli. I medievali Ordines romani ci danno testimonianza che, prima della fine della celebrazione eucaristica, un suddiacono regionario dava annuncio di quale fosse la statio per il giorno successivo. Dopo l’orazione “super populum” il diacono congedava i convenuti. Talvolta il papa non poteva intervenire alla statio: riti così lunghi sicuramente sarebbero stati troppo gravosi in ragione della senescenza. In tal caso si registra la singolare costumanza secondo la quale un chierico, compiutisi tutti i riti stazionali, andava ad intingere della bambagia nell’olio delle lampade che ardevano chiesa stazionale, spesso sopra la confessio dei martiri, per recarla al papa: questi accoglieva questo piccolo ma caro segno affidandolo poi a un suo cubiculario affinché lo avesse in diligente custodia. Questi, alla morte del Sommo Pontefice, provvedeva a riempire il cuscino funebre del papa con i pezzetti di bambagia. Quali siano i criteri di scelta di associare un determinato giorno liturgico a una particolare chiesa secondo il Beato Ildefonso Schuster non si riesce a chiarire con certezza. Vero è che la scelta dei luoghi – e questo pare un aspetto decisamente interessante – contribuì all’assegnazione delle pericopi scritturali. Per meglio comprendere questo aspetto gioveranno un paio di esempi pratici e concreti. Il giovedì dopo le ceneri si fa stazione alla basilica di San Giorgio al Velabro, il vangelo che era assegnato dal Missale romanum narra del centurione di Cafarnao (Mt. 8, 5-13): si vuole perciò alludere alla figura del martire San Giorgio che la Tradizione ci tramanda come valoroso militare. Il lunedì dopo la Ia domenica di Quaresima la statio è fissata a San Pietro in Vincoli: si sente doveroso un richiamo al supremo pastore che si evidenzia nella lettura del profeta Ezechiele (Ez. 34, 11-16) sulla celebre descrizione del buon pastore. Gli esempi – davvero illuminanti - si potrebbero moltiplicare, rilevando, in tal senso, aspetti della genuina romanità del rito che si evidenzia in un legame intimo e singolarissimo tra luoghi, gesti e testi. Purtroppo la “cattività avignonese” (1309-1377), assieme al guasto di molte chiese dell’Urbe, portò al decadimento di molte tra le più autentiche costumanze liturgiche romane e con esse anche della significativa “liturgia stazionale”. Non di meno i romani pontefici non mancarono, nel tempo e sino ad oggi, di accordare copiose indulgenze per questa pia pratica, specie per la visita alla chiesa stazionale, che ancora sopravvive nella Roma di oggi pur compressa nei moderni ritmi concitati di vita. Fuori di Roma esistevano del pari chiese stazionali, talvolta originarie e caratteristiche degli usi liturgici locali (es. Milano, Vercelli – ove vigeva sino all’epoca tridentina il rito “eusebiano”, Colonia, ecc.) e talvolta plasmate su un processo imitativo di quelle romane, come avvenne per Venezia all’inizio del Novecento, essendo patriarca il cardinale La Fontaine, e come si tentò di fare anche nella nostra città di Trieste durante l’episcopato di monsignor Antonio Santin, proprio per consentire ai fedeli di attingere a queste ricche e sempre feconde testimonianze, in un sentimento di unità e vicinanza alla Sede romana. Concludendo pare opportuno soffermare l’attenzione su un altro aspetto peculiare delle “stazioni romane”, quasi, si direbbe, un “effetto collaterale. Il loro connaturato legame con le chiese dell’Urbe ha portato ad enfatizzare il culto dei Santi cui sono intitolate e a venerarne le reliquie conservate, diventando una festa della chiesa stessa. Ciò ha portato ad arricchire la semantica propriamente penitenziale di una nota di letizia; pare proprio la realizzazione tangibile del monito – molto appropriato al sacro tempo di Quaresima - dell’evangelista San Matteo (Mt. 6, 17-18): «Quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Francesco G. Tolloi

Per approfondire:

Schuster I. Le Sacre Stazioni Quaresimali, Roma, Poliglotta Vaticana, 1915;

Lugano P. La visita alle Sacre Stazioni Romane, Città del Vaticano, Libreria Vaticana, 19422;

Barbier de Montault F. X. Les stations et dimanches de Carême a Rome, Rome, Spithoever, 1865;

Suchocka H. Le chiese stazionali di Roma, Città del Vaticano, LEV, 2013.

Tempus acceptabile. Le sacre stazioni quaresimali a Venezia, Venezia, Studium Cattolico Veneziano, 1952.


Di seguito alcune fotografie di F. Giordani, tratte da: Löw G., voce Stazioni Liturgiche, in  Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, Ente per l'Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1953, vol. XI [sca-ter], coll. 1291 e ss.

STAZIONE QUARESIMALE
Stazione Quaresimale a San Ciriaco; la processione
a Santa Maria in Via Lata che sostituisce l'antica chiesa distrutta
di San Ciricaco.

STAZIONE QUARESIMALE
Stazione Quaresimale a San Marco (Roma).
L'esposizione delle Reliquie.

STAZIONE QUARESIMALE
Stazione Quaresimale nella chiesa di San Marcello.
Benedizione finale con la Reliquia della Santa Croce.



sabato 3 gennaio 2026

L’annuncio della Pasqua nella celebrazione Epifanica. Qualche appunto. Il canto del Noveritis per il 2026.

Già la rubrica stessa del Pontificale Romanum evidenzia con nitore la venerabile antichità del costume di dare pubblico e solenne annunzio della data di Pasqua, e delle altre feste mobili, in occasione dell’Epifania: “e vetusto Ecclesiæ sanctæ instituto”, queste appunto le parole che troviamo nella rubrica [1].  Trattasi di un’usanza, per soffermarci ancora sulla caratteristica di antichità, di cui l’abate Mario Righetti, evidentemente nell’intento di enfatizzarne e sottolinearne la portata, ravvisa l’affinità con prassi di carattere burocratico-religioso di antichi culti pagani. In particolare, ai tempi di Augusto, al settimo giorno delle Idi di gennaio, i fratres arvales, annunciavano festa della dea Dia che, nell’immaginario religioso romano, sovraintendeva la fertilità della terra. [2]
Durante la celebrazione della Messa dell’Epifania, come ci rammenta la citata rubrica del Pontificale Romanum, segnatamente dopo la proclamazione del vangelo, l’arcidiacono, o un canonico, o un beneficiato o altri - secondo il costume della chiesa - sale all’ambone per proclamare in canto, con una melodia piuttosto simile a quella del Preconio pasquale, tale annuncio, costituendone così quasi un’anticipazione. Sempre dal citato Pontificale sarà utile qui averne il testo completo: 

"Novéritis, fratres caríssimi, quod annuénte Dei misericórdia, sicut de Nativitáte Dómini nostri Jesu Christi gavísi sumus, ita et de Resurrectióne ejúsdem Salvatóris nostri gáudium vobis annuntiámus. Die prima (vel alia, prout occurit Januarii vel Februárii) erit Domínica in Septuagésima. Vigésima (vel alia quæ occurrit, uti et in sequentibus, Februárii, Mártii  vel ejúsdem) dies Cínerum, et inítium jejúnii sacratíssimæ Quadragésimæ. N. (Mártii, Aprílis) sanctum Pascha Dómini nostri Jesu Christi cum gáudio celebrábitis. [Domínica secúnda post Pasca diœcesána Sýnodus habébitur. N. (Aprílis, Maji, Júnii) erit Ascénsio Dómini nostri Jesu Christi. N. (Maji, Júnii ejúsdem), Festum Pentecóstes. N. (ejúsdem, Júnii), Festum sacratíssimi Córporis Christi. N.  (Novémbris; Decémbris), Domínica prima Advéntus Dómini nostri Jesu Christi, cui est honor et glória, in sǽcula sæculórum. Amen."


Il canto del Noveritis.
Canto del Noveritis.
Da Pontificale Romanum, Mechliniæ, Dessain, 1862, Pars Tertia, pag.5.
(Collezione Francesco G. Tolloi)



Il venerabile Guerangér ritiene che il Noveritis, situato proprio nella celebrazione epifanica, quale culmine ideale del Natale, “ricorda il misterioso legame che unisce le grandi solennità dell’anno liturgico […]” [3] e ciò ben si comprende a fortiori se si considera che l’Epifania, cronologicamente, rappresenta l’ultima grande festa del ciclo temporale, nel cursus dell’anno liturgico, prima di Pasqua. Sarebbero sufficienti queste parole del fondatore di Solesmes per archiviare come irrilevanti i pareri minimizzanti, che ancora capita di udire, che vorrebbero, piuttosto prosaicamente, ridurre tale prassi ad un mero retaggio di un’epoca in cui non c’erano i calendari o che comunque questi, in ragione dell’analfabetismo, non si sarebbero potuti leggere.

Varrà perciò la pena, pur succintamente, di delinearne le origini storiche di questo costume. L’uso attestatoci dal Pontificale Romanum parrebbe originarsi dalla necessità, per tutto il pleroma della Chiesa, di conoscere annualmente e con precisione, la data in cui celebrare la Pasqua, una necessità che a fortiori si comprende, osservando di come la fissazione di tale data fu ripetutamente motivo di controversie.

Come è noto il computo pasquale avviene anche sulla scorta delle fasi lunari che ben erano conosciute  dagli astronomi alessandrini, celebri per il rigore e precisione dei loro studi in materia. Da qui si instaura l’uso, da parte della sede patriarcale di Alessandria, di redigere delle “lettere festali”: delle missive, per l’appunto, indirizzate a tutte le sedi ecclesiastiche, finalizzate a comunicare annualmente la data della Pasqua, un uso che trova conferma con il Concilio di Nicea (325), epoca nel quale, evidentemente, esso era già consolidato. Stando ancora al Righetti, dal tenore con cui erano redatte le anzidette “lettere festali”, si può ipotizzare che se ne facesse pubblica lettura nelle chiese, andando così a strutturare, almeno embrionalmente, il rito codificato e trasmesso dal Pontificale tridentino [4]. Già nel V secolo si hanno evidenze per cui, nelle chiese africane ed ispaniche il costume era quello di annunciare la Pasqua durante la Messa di Natale, viceversa, a Roma, Milano, Aquileja, in generale nelle chiese della penisola italiana e nelle Gallie, l’annuncio si teneva nell'Epifania. Come ci ricorda il Catalano, nel suo ponderoso ed erudito commento al Pontificale Romanum [5], nel Concilio Aurelianense (Orleans, 541) si stabilisce che spetti al vescovo annunciare la data della Pasqua, mentre la prima volta che si menziona tale ufficio come pertinenza di un diacono, si avrebbe nell’ordinario del vescovo calabrese Luca Cosentino del XIII secolo. Questo aspetto di individuare l’incaricato all’annuncio della Pasqua, si lega al luogo ed è piuttosto importante, perché reca intrinsecamente un altro quesito, piuttosto interessante, ossia se tale costume sia da ritenersi esclusiva prerogativa delle cattedrali oppure se sia da ritenersi praticabile, per quanto facoltativamente, da tutte le chiese. La già menzionata rubrica del Pontificale Romanum fa intuire, specialmente per i riferimenti di figure legate al capitolo, che ci si trovi, effettivamente, negli ambiti di una cattedrale o, per lo meno, in quelli di una chiesa collegiata. Il manuale del maurino Bauldry, un “classico” della produzione cerimoniale, ritiene prassi “utilis et laudabilis” che l’annuncio si faccia in tutte le chiese ed anzi auspica che, dopo la proclamazione rituale ovviamente in lingua latina da parte del diacono, la si ripeta in lingua vernacola affinché sia facilmente comprensibile a tutti [6]. Una raccomandazione piuttosto simile la ritroviamo, in pieno Ottocento, da parte dei Giovanni Diclich, sacerdote del clero patriarcale veneziano: “Sarà bene pure, che dopo questa pubblicazione [del Noveritis, n.d.r.], si tenga dallo stesso pubblicatore un discorso, col quale si spieghi in volgare al popolo ciò che si è cantato in latino”[7].

Va ricordato, senza la pretesa di esaurire l’argomento, che molti Autori di sacre cerimonie si collocarono nel filone di Bauldry e perciò attribuivano al diacono che serviva la Messa, il compito di proclamare l’annuncio. Il Corsetti, nel suo volume dedicato al cardinale Ottoboni, ad esempio, s’esprime in modo estremamente chiaro: “ad ipso diacono Missæ, vel alio beneficiato, juxta morem cujusque Ecclesiæ”[8] e di analoga opinione è il celebra Andrea Piscara Castaldo [9]. Il Martinucci, siamo nella seconda metà del XIX secolo, propende per una interpretazione larga, rispetto al riservarne l’uso a cattedrali e collegiate, ma comunque non generale: “Notetur quod publicatio festorum mobilium de jure pertinet ad Ecclesias cathedrales et ad Ecclesiam in unoquoque loco primariam” [10]. Va ricordato che il romano Pio Martinucci era cerimoniere pontificio, e che l’uso di tale annuncio epifanico non era previsto tra i costumi della cappella papale ed anzi, generalmente nelle chiese dell’Urbe era, perlomeno all’epoca, giusta quanto riferisce Ignace Bourget, pressoché sconosciuto [11]. Monsignor Léon Gromier, nel suo ottimo commento al Cæremoniale Episcoporum, ritiene che il compito di proclamare l’annuncio spetti ad un beneficiato e non ad un canonico. Per il prelato francese la redazione del Cæremoniale Episcoporum e del Pontificale Romanum, risentirebbero ancora della tendenza a ridurre la figura canonicale, sulla scorta della compilazione del Paride Grassi, ad una sorta di factotum [12]: per le stesse ragioni il Gromier ritiene che, per esempio non spetti ai canonici ma a clero subalterno il canto del Passio o il ruolo di pivialista all’Ufficio solenne ecc. L’osservazione è certamente meritevole di attenzione, ma muove ancora nel perimetro di una cattedrale: le altre chiese, necessariamente, dovranno regolarsi sul numero di chierici a disposizione. Qui gioverà segnalare qualche prassi anche in ambiti diversi da quello schiettamente romano. Nel rito ambrosiano il compito è affidato tout court al diacono [13]: la formula dell’annuncio pasquale è decisamente più breve e diversa, aspetto sul quale, a brevissimo, sarà opportuno soffermarsi, per il momento qui ci limitiamo a riportarla:

“Nóverit cáritas vestra, fratres caríssimi, quod, annuénte Dei et Dómini nostri Jesu Christi misericórdia, die N. mensis N. Pascha Dómini cum gáudio celebrábimus. (R.) Deo grátias.”.

Piuttosto significativa la casistica delle Gallie. Come si è detto, già nel V secolo, il Concilio Aurelianense affidò ai vescovi il compito di annunciare la data di Pasqua, da lì l’uso si sarebbe diffuso, stando all’opinione di monsignor Giuseppe Vale, anche nella penisola iberica, tanto che il quarto Concilio Toledano (633) lo prescrisse fissandolo alla solennità dell’Epifania [14]. Nell’inesorabile scorrere dei secoli evidentemente il costume nelle Gallie decadde e tramontò, tanto che il Durando, nella seconda metà del XIII secolo, afferma che l’uso di proclamare la data della Pasqua (e quella di Settuagesima) caratterizzava la celebrazione dell’Epifania nelle chiese della penisola italica, laddove trovava posto dopo l’offertorio (sic!)[15]. Le Brun, nel XVIII secolo, testimonia l’uso di Sainte Croix ad Orleans e Notre Dame a Parigi, di affidare al diacono che, stando all’ambone, sta rivolto ad Oriente la proclamazione della data della Pasqua [16]. Anche in questo caso riteniamo utile riportarne per intero la formula, tratta dal messale parigino promulgato dal cardinale De Vintimille “cum privilegio Regis”:

“Novérit cáritas vestra, fratres carissimi, quod annuénte Dei et Dómini nostri Jesu Christi misericórdia, die N. mensis N. Pascha Dómini celebrábimus”[17].

Allo stato attuale di conoscenza, pur nella brevità della ricerca e nella limitatezza del campo di indagine, si è potuto constatare che sia il dettato rubricale che la formula parigina trovano esatto riscontro in altri testimoni riferibili alla tradizione liturgica che si costuma chiamare “neo gallicana”, solitamente assai variegata [18]. Più aspetti sono degni di attenzione. Primo tra questi la brevità della formula che si limita ad annunciare solamente la data della Pasqua: d’altra parte non si può che concordare con il citato Catalano quando afferma che facilmente da essa si derivano le date delle altre feste mobili, ma il citato Autore si spinge a ritenere, verosimilmente con ragione, che il formulario più succinto è indice di maggiore antichità [19]. Il mistero però qui è destinato ad infittirsi: se l’uso, come attestava Durando, era andato perduto nelle Gallie, quando fu ripreso? E, soprattutto, in che epoca e perché proprio con quella formula breve fu reintrodotto, considerato anche l’elemento di chiara antichità della rubrica che prevede il diacono volto ad oriente e situato all’ambone?

Sempre a proposito di formulari brevi, in questo caso limitati al solo annuncio della Pasqua ed all’inizio del digiuno quaresimale, per motivi geografici ed affettivi, si ritiene degno di menzione quello, ancora in uso, presso la collegiata di Cividale. Nella solennità dell’Epifania, nel duomo della città friulana, si celebra quella che è comunemente chiamata “Messa dello Spadone”, che riporta analogie con celebrazioni di area germanica (Schwertmesse) ed è l’unico superstite testimone di un utilizzo più ampio della spada nelle liturgie dell’ “usus aquilejensis” [20].  Il diacono riveste un elmo ornato di cimiero con le piume dei colori della città, ed impugna la spada che si vuole appartenuta al patriarca Marquardo di Randeck, brandendo la quale saluta i canonici in coro ed i fedeli assiepati nell’ampia navata in vari momenti della celebrazione. In particolare, dopo aver proclamato il vangelo con la suggestiva melodia aquilejense, saluta nuovamente con la spada, tracciando dei fendenti, e torna al leggio per intonare l’annuncio, ancora con melodia locale, leggendo da un manoscritto notato del XVIII secolo:

“Plebs sancta Deo desérviens hoc cupit audíre quod et vídere desíderat. Sicut gavísi estis de Nativitáte Dómini nostri Jesu Christi, ita et de Resurrectióne ejus annunciámus vobis universále gáudium. Quapropter, fratres charíssimi, annunciámus vobis diem sanctum et sacratíssimum Paschæ, quas erit die N intránte mense N. Caput vero jeiúnii die N.  intránte mense N. Ut sit pax et grátia Dómini nostri Jesu Christi cum omnibus vobis.”

Cividale. Messa dello Spadone.
Cividale, Messa dello Spadone.
Il diacono saluta il popolo prima di proclamare l'annuncio della Pasqua.
Foto da: "La Panarie", Anno XIV, n. 84, nov.-dic. 1938, pag. 342.
(Collezione Francesco G.Tolloi)


Con il proposito di dedicare in tempi auspicabilmente brevi un articolo di approfondimento dedicato alla “Messa dello Spadone” (ed anche di presentare i davvero bellissimi recitativi liturgici ivi proclamati), profittando del brevissimo excurus proposto sugli usi neo gallicani, torniamo, per quale istante, sul tema della diffusione di compiere l’annuncio di Pasqua al di fuori dalle chiese cattedrali che la presenza nel corpo dei messali di questa tradizione potrebbe suggerire. Tra la copiosa manualistica in tema di sacre cerimonie, particolarmente significative si sono rivelate, nello specifico, le opere di Luigi Moretti. Il prolifico Autore, già per altro revisore del celebre manuale del minore padre Luigi De Carpo, dedica nelle sue opere sempre dello spazio al Noveritis, riportandone anche la melodia del Pontificale Romanum in notazione gregoriana: nella sua produzione il Moretti, membro onorario dell’Accademia Liturgica Romana, riferisce che esistevano delle tabelle apposite con la notazione del Noveritis, posto che, con ogni evidenza, poche erano le chiese dotate del Pontificale Romanum. È molto significativo che il Moretti riporta il costume dell’annuncio di Pasqua persino nel suo manuale dedicato alle chiese parrocchiali minori [21], ossia quelle che svolgevano le funzioni non “in terzo” per penuria di clero, dando sicuramente così consistenza all’ipotesi dell’ampissima diffusione di tale particolare ed antico uso liturgico. A titolo di completezza, va ricordato che, nella liturgia riformata ad mentem del Concilio Vaticano II, la rubrica dà la possibilità “ubi mos est, pro opportunitate” di proclamare la Pasqua e le altre feste mobili [22] e rimanda, nel libro stesso, alla melodia e al testo (pagg. 1247 e s.) che, per l’infelice soppressione della “preparazione remota alla Pasqua”, comune a tutte le Chiese di Tradizione Apostolica, si trova orbato dei riferimenti alla Settuagesima.

 

Francesco G. Tolloi

[1] Rubr. in de Publicatione Festorum Mobilium in Epiphania Domini, in Pontificale Romanum, Taurini, Marietti, 1941, pag. 299. Di analogo tenore le prescrizioni del Cerimoniale dei Vescovi (cfr. Cæremoniale Episcoporum, Editio Typica, Ratisbonæ, Pustet, 1886, lib. II, cap. XV, ad 3, pag. 190)

[2] Cfr. RIGHETTI M., Manuale di Storia Liturgica, vol. II (L’anno Liturgico), Milano, Ancora, 1969[anast. 2014], pag. 109.

[3] Cfr. GUERANGÉR P, L’Anno Liturgico, Vol. I, Verona, Fede e Cultura, 2016, pag. 182.

[4] Cfr. RIGHETTI M., Manuale di Storia Liturgica, vol. II, (op. cit.) pag. 110.

[5] Cfr. CATALANO J., Pontificale Romanum nunc primum prolegomenis et commentariis illustratum, Parisiis, Leroux et Jouby, 1852, Tomus III, pag. 3.

[6] Cfr. BAULDRY M., Manuale Sacrarum Cæremoniarum, Venetiis, Belleonium, 1711, pag. 207.

[7] Cfr. Voce “Epifania” in DICLICH G., Dizionario Sacro-Liturgico, Vol. II, Venezia, Bragolin, 18343, pag. 54.

[8] Cfr. CORSETTI B., Praxis Sacrorum Rituum ac Cæremoniarum, Venetiis, Menasoliis, 1666, pag. 158.

[9] Cfr. PISCARA CASTALDO A., Praxis Cæremoniarum, Neapoli; Scorriggius, 1625, pag. 398.

[10] Cfr. MARTINUCCI P., Manuale Sacrarum Cæremoniarum, Liber Secundus, Vol, II, Romæ, Cecchini, 18792, pag. 141.

[11] Cfr. BOURGET I., Cérémonial des Évêques commenté et expliqué, Paris, Lecoffre, 1856, pag. 315.

[12] Cfr. GROMIER L., Commentaire du Cæremoniale Episcoporum, Paris, La Colombe, 1959, pagg. 354 e s. A titolo di curiosità riferiamo che l’Autore, in queste pagine, contrariamente alla prassi attestata anche da testimonianze iconografiche, ritiene che l’Annuncio sia da ascoltarsi in piedi.

[13] Cfr. Rubr. in die, in Missale Ambrosianum juxta ritum Sanctæ Ecclesiæ Mediolanensis, Mediolani, Daverio, 1956, pagg. 55 e s.

[14] Cfr. VALE G., La Proclamatio Paschatis in Epiphania, in Rassegna Gregoriana, IV, Roma, Desclée, 1905, col. 321.

[15] Cfr. DURANDO G., Rationale Divinorum Officiorum, Lugduni, Rovilii, 1612, Liber VI, cap. XVI, fol. 283 r.

[16] Cfr. DE MOLEON S.  [J.B. LE BRUN DES MARETTES], Voyages Liturgiques de France, Parigi, Delaune, 1718, pagg. 184 e 246. Varrà sicuramente segnalare che recentemente è stata pubblicata un’edizione in lingua inglese di questa interessantissima opera che ci attesta gli usi “neogallicani”: LE BRUN DES MARETTES, Liturgical travels through France, (trad. inglese Eger G. e Zachary T.), Lincoln NE, Os Justi, 2025.

[17] Cfr. Missale Parisiense, Parisiis, Bibliopolarum usuum Parisiensium, 1776, pag. 51.

[18] La ricerca qui si è limitata ai testimoni in nostro possesso, segnatamente: Autun (cfr. Missale Æduense, Æduæ, De Jussieu, 1845, pagg. 73 e s.), Limonges (cfr. Missale Lemovicense, Lemovicis, Barbou, 1830, pagg. 45 e s.) e della sede di Saint Papoul suffraganea di Tolosa, poi soppressa (cfr. Missale Sanpapulense, Tolosæ, Bibliopolarum usum Sanpaulensium, 1774, pagg. 58 e s.).

[19] Cfr. CATALANO J., Pontificale Romanum, op. cit., pag. 7.

[20] Cfr. VALE G., La cerimonia della spada ad Aquileia e a Cividale, Estratto da Rassegna Gregoriana (n. 1-2, Gennaio-febbraio 1908), Roma, Desclée, s.d., passim.

[21] Cfr. MORETTI L., Ceremoniale Romano ad uso delle chiese parrocchiali minori, Torino, Marietti, 1942, pagg. 226 e ss.

[22] Cfr. Rubr, in die in Missale Romanum ex decreto Sacrosancti Œcumenici Concilii Vaticani II, editio typica tertia, Typis Vaticanis, Civitate Vaticana, 2002, pag. 175.

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Canto del Noveritis per l'anno 2026.

Riporto la proclamazione in canto del Noveritis con implementate le feste per l'anno di grazia 2026. Offro anche ai miei lettori la possibilità di ascoltare il tutorial audio, che ne facilita l’apprendimento, realizzato dal carissimo amico don Michele Tomasin, che ringrazio per la sua sempre entusiastica disponibilità e generosità.

Tutorial audio con il canto del Noveritis dell'anno 2026 (esecuzione: don Michele Tomasin).



Oltre a visionare le pagine con la notazione si ha qui la possibilità di effettuare tre tipi di download:

1. File pdf impaginato in A4,ottimizzato per la stampa;

2. File pdf con imposizione(segnatura): ottimizzato per essere stampato fronte e retro su fogli A3 da piegare e pinzare;

3. Cartella compressa con i due suddetti files ed il tutorial audio (più sotto eseguibile).

Canto del Noveritis 2026

Canto del Noveritis 2026

Canto del Noveritis 2026

Canto del Noveritis 2026