domenica 15 febbraio 2026

Le Stazioni quaresimali. Un itinerario di penitenza, preghiera ed istruzione. Cenni.

 In vista dell'inizio della Quaresima 2026, ho pensato di riprendere un vecchio articolo sull'argomento delle "stationes" liturgiche che avevo pubblicato durante la mia collaborazione, come responsabile della redazione per la pagina "cultura" del Settimanale diocesano di Trieste (27 febbraio 2022).

Buona Quaresima a tutti i miei lettori

F.G.T.

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Quella delle Stationes, specie per il sacro tempo della Quaresima è una pratica antica eppure odiernamente ancora sentita e vissuta nell’Urbe. Al di là di sporadici riferimenti in Tertulliano (principio del III secolo), più specifiche allusioni su tale particolare costumanza, si riscontrano nell’omiletica di San Leone Magno (+ 461). Il termine stazione rivela un’origine militare della prassi: la “statio” era infatti, nel gergo militare romano, il sito riservato ai soldati di guardia e alla posta dei cavalli. Il significato fu poi trasferito a specifiche adunanze liturgiche e devozionali di fedeli in una determinata chiesa romana in un preciso giorno. Questa trasposizione del significato si ritrova evidente già in Sant’Ambrogio. Egli, in una sua apostrofe, accosta il percorso quaresimale con la vita militare: egli paragona i digiuni ai castra dell’esercito (Sermo 21, in PL 17, 644). Si potrebbe dire che allo stesso modo in cui i soldati spostavano i loro accampamenti, i cristiani – ancora in epoca di persecuzione – spostavano i luoghi delle sinassi, dunque dei “presidi oranti”, di casa in casa e poi – a seguito della pace di Costantino (313) - di chiesa in chiesa. L’organizzazione e sistematizzazione della prassi stazionale, forse parzialmente imitativa di usi gerosolimitani, avvenne per mezzo dell’azione di San Gregorio Magno (+ 604): all’epoca vennero fissate le ‘chiese stazionali’ che sono 44 (pur con alcune ripetizioni per quanto concerne le basiliche papali), di esse se ne faceva esplicita menzione nel Missale romanum sino alla riforma seguita al Concilio Vaticano II: si tratta di una testimonianza che sottende il carattere marcatamente “urbano” del Messale romano che poi diffusosi – per complesse vicissitudini storiche – capillarmente, fino quasi ad imporsi, su altre forme e prassi liturgiche occidentali. Le stationes non riguardavano il solo tempo quadragesimale, esse si riscontrano anche in altri momenti particolarmente intensi dell’anno liturgico (“Tempi forti”), ma in Quaresima si rivestono di significato penitenziale che rimanda ed evoca con nitore un’epoca in cui i misteri ripercorsi dall’anno liturgico ritmavano e segnavano i tempi della società. Le jejuniorum veneranda solemnia costituivano visibilmente e concretamente un momento in cui la società cristiana sospendeva molte delle sue ordinarie occupazioni ed incombenze (ad esempio l’attività dei tribunali), bandiva le occasioni pubbliche di svago e mondanità (si pensi alla chiusura dei teatri), e si concentrava in direzione di un rinnovamento – specie con il ricorso e la pratica assidua degli strumenti della penitenza, della preghiera e dell’istruzione - in vista di una resurrezione in Cristo mediante una partecipazione al mistero del suo trionfo sulla morte. È in questo contesto che si comprende il modo di vivere le stazioni in cui i tre aspetti caratterizzanti sopra elencati trovano concretizzazione e compiutezza. L’aspetto penitenziale viene messo in risalto dalla processione: ad essa prendeva parte il papa stesso, che camminava spesso a piedi scalzi, dalla “chiesa di colletta” (da cui il nome della prima orazione della messa): qui si adunava il popolo cristiano, per muovere verso la “chiesa stazionale” incedendo processionalmente al canto delle litanie dei Santi. Alla chiesa stazionale si celebrava l’ufficiatura, si veneravano le reliquie dei Santi conservate e, infine, si celebrava la Messa (aspetto orante). Al papa spettava poi tenere l’omelia che costituiva un momento di istruzione per i fedeli. I medievali Ordines romani ci danno testimonianza che, prima della fine della celebrazione eucaristica, un suddiacono regionario dava annuncio di quale fosse la statio per il giorno successivo. Dopo l’orazione “super populum” il diacono congedava i convenuti. Talvolta il papa non poteva intervenire alla statio: riti così lunghi sicuramente sarebbero stati troppo gravosi in ragione della senescenza. In tal caso si registra la singolare costumanza secondo la quale un chierico, compiutisi tutti i riti stazionali, andava ad intingere della bambagia nell’olio delle lampade che ardevano chiesa stazionale, spesso sopra la confessio dei martiri, per recarla al papa: questi accoglieva questo piccolo ma caro segno affidandolo poi a un suo cubiculario affinché lo avesse in diligente custodia. Questi, alla morte del Sommo Pontefice, provvedeva a riempire il cuscino funebre del papa con i pezzetti di bambagia. Quali siano i criteri di scelta di associare un determinato giorno liturgico a una particolare chiesa secondo il Beato Ildefonso Schuster non si riesce a chiarire con certezza. Vero è che la scelta dei luoghi – e questo pare un aspetto decisamente interessante – contribuì all’assegnazione delle pericopi scritturali. Per meglio comprendere questo aspetto gioveranno un paio di esempi pratici e concreti. Il giovedì dopo le ceneri si fa stazione alla basilica di San Giorgio al Velabro, il vangelo che era assegnato dal Missale romanum narra del centurione di Cafarnao (Mt. 8, 5-13): si vuole perciò alludere alla figura del martire San Giorgio che la Tradizione ci tramanda come valoroso militare. Il lunedì dopo la Ia domenica di Quaresima la statio è fissata a San Pietro in Vincoli: si sente doveroso un richiamo al supremo pastore che si evidenzia nella lettura del profeta Ezechiele (Ez. 34, 11-16) sulla celebre descrizione del buon pastore. Gli esempi – davvero illuminanti - si potrebbero moltiplicare, rilevando, in tal senso, aspetti della genuina romanità del rito che si evidenzia in un legame intimo e singolarissimo tra luoghi, gesti e testi. Purtroppo la “cattività avignonese” (1309-1377), assieme al guasto di molte chiese dell’Urbe, portò al decadimento di molte tra le più autentiche costumanze liturgiche romane e con esse anche della significativa “liturgia stazionale”. Non di meno i romani pontefici non mancarono, nel tempo e sino ad oggi, di accordare copiose indulgenze per questa pia pratica, specie per la visita alla chiesa stazionale, che ancora sopravvive nella Roma di oggi pur compressa nei moderni ritmi concitati di vita. Fuori di Roma esistevano del pari chiese stazionali, talvolta originarie e caratteristiche degli usi liturgici locali (es. Milano, Vercelli – ove vigeva sino all’epoca tridentina il rito “eusebiano”, Colonia, ecc.) e talvolta plasmate su un processo imitativo di quelle romane, come avvenne per Venezia all’inizio del Novecento, essendo patriarca il cardinale La Fontaine, e come si tentò di fare anche nella nostra città di Trieste durante l’episcopato di monsignor Antonio Santin, proprio per consentire ai fedeli di attingere a queste ricche e sempre feconde testimonianze, in un sentimento di unità e vicinanza alla Sede romana. Concludendo pare opportuno soffermare l’attenzione su un altro aspetto peculiare delle “stazioni romane”, quasi, si direbbe, un “effetto collaterale. Il loro connaturato legame con le chiese dell’Urbe ha portato ad enfatizzare il culto dei Santi cui sono intitolate e a venerarne le reliquie conservate, diventando una festa della chiesa stessa. Ciò ha portato ad arricchire la semantica propriamente penitenziale di una nota di letizia; pare proprio la realizzazione tangibile del monito – molto appropriato al sacro tempo di Quaresima - dell’evangelista San Matteo (Mt. 6, 17-18): «Quando digiuni, profumati la testa e lavati il volto, perché la gente non veda che tu digiuni, ma solo tuo Padre che è nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Francesco G. Tolloi

Per approfondire:

Schuster I. Le Sacre Stazioni Quaresimali, Roma, Poliglotta Vaticana, 1915;

Lugano P. La visita alle Sacre Stazioni Romane, Città del Vaticano, Libreria Vaticana, 19422;

Barbier de Montault F. X. Les stations et dimanches de Carême a Rome, Rome, Spithoever, 1865;

Suchocka H. Le chiese stazionali di Roma, Città del Vaticano, LEV, 2013.

Tempus acceptabile. Le sacre stazioni quaresimali a Venezia, Venezia, Studium Cattolico Veneziano, 1952.


Di seguito alcune fotografie di F. Giordani, tratte da: Löw G., voce Stazioni Liturgiche, in  Enciclopedia Cattolica, Città del Vaticano, Ente per l'Enciclopedia Cattolica e per il Libro Cattolico, 1953, vol. XI [sca-ter], coll. 1291 e ss.

STAZIONE QUARESIMALE
Stazione Quaresimale a San Ciriaco; la processione
a Santa Maria in Via Lata che sostituisce l'antica chiesa distrutta
di San Ciricaco.

STAZIONE QUARESIMALE
Stazione Quaresimale a San Marco (Roma).
L'esposizione delle Reliquie.

STAZIONE QUARESIMALE
Stazione Quaresimale nella chiesa di San Marcello.
Benedizione finale con la Reliquia della Santa Croce.



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