lunedì 29 dicembre 2025

Il canto del Te Deum nella variante della città di Trieste.

Così l’ho sempre sentito cantare a Trieste, città che, quasi cinquanta tre anni fa, mi diede i natali. Non è certamente una melodia autoctona: la si sente in molti posti e, se ci si fa caso, la si esegue in modo simile ma mai uguale. Tante varianti di una stessa melodia che porterebbero quasi a dire “posto che vai Te Deum che trovi”. Quindi, ben lungi da voler dire come si dovrebbe cantare,  semplicemente espongo come si canta(va) nelle parrocchie cittadine di Trieste; uso l’aggettivo “cittadine” proprio perché non so per certo se vi fossero altre variazioni melodiche in centri appartenenti al territorio della diocesi tergestina (ad esempio Muggia), men che meno nella estensione storica della diocesi stessa. Assieme a due cari amici cantori concittadini, Ivo Borri e Diego Tissini, ho ritenuto, nell’imminenza dell’ultimo giorno dell’anno civile, in cui tradizionalmente si intona in Te Deum, semplicemente di riordinarlo e dargli un assetto fruibile “ne pereat”. Tutto qua. Unica cosa che ho abbozzato è una ricerca sulle fonti bibliografiche in mio possesso e perciò da me immediatamente raggiungibili, le elenco in ordine di pubblicazione.

La prima di esse è il Cantus Monastici Formula, Tornaci Nerviorum, Desclée Lefebvre, 1889. Si tratta di un “cantorino” ad uso della congregazione benedettina cassinense: a mio parere è la fonte più interessante, non fosse altro perché la più datata. Il volume è, sostanzialmente, una silloge di toni comuni: si va da melodie per le Lezioni di mattutino, per il canto dell’Epistola, del Vangelo, delle Lezioni delle “Tenebræ” ecc. La raccolta è sostanzialmente divisa in due parti: la prima raccoglie le modulazioni più antiche della congregazione, la seconda è dedicata alla riproduzione delle “melodiæ quædam recentiores” (laddove fanno capolino moduli salmodici “irregolari”, spesso a doppia corda di recita, della tradizione di alcuni monasteri, formule per il Benedicamus, altri toni per le pericopi scritturali). Del “nostro” Te Deum vi è l’indicazione musicale della prima strofa (pag. 22): diversamente dalla vulgata triestina, la corda qui si abbassa dal do al si sulla seconda sillaba di “Deum” e figura un podatus (la-si) sull’ultima sillaba di “Dóminum”, tutta via la melodia è perfettamente riconoscibile. Molto interessante la rubrica che lo precede e che ne indica la destinazione: a fine di Mattutino “In Festis minoribus et in Dominicis diebus solet cani sequens”. Tale precisione è chiaramente indizio di utilizzo e non si tratta semplicemente di un qualcosa messo là al solo scopo di essere raccolto!

Le altre due testimonianze bibliografiche furono date alle stampe una cinquantina di anni più tardi, pressoché contemporaneamente. In entrambe la melodia del Te Deum è denominata come popolare: la prima è il Liber Cantus, Vicenza, Associazione Italiana di Santa Cecilia, 1932 laddove, il modulo melodico, è rappresentato su notazione “moderna”, come peraltro l’intera opera, in pentagramma (pag. 995), la seconda ci porta nuovamente tra i cassinesi, e più precisamente all’arcicenobio di Montecassino, incontrovertibilmente uno dei luoghi più significativi della tradizione benedettina. Si tratta del Liber Choralis Sancti Archicœnobi Casinensis, s.l. [Montecassino], Typis Archicœnobi, 1933. Si tratta, come già per il primo testo, di un “cantorino” di utilizzo monastico, ricco di toni peculiari e caratteristici, qui troviamo il Te Deum “tono populari”, esplicitato melodicamente strofa per strofa (pagg. 181 e ss.) con indicazione modale. Ometto di indicare qui identità, analogie e differenze: la melodia è pienamente e facilmente riconoscibile.

La quarta fonte bibliografica ci porta ancora in ambito monastico. Si tratta del “cantorino” della Badia di Cava dei Tirreni: Liber Choralis Sacri Monasterii SS. Trinitatis Cavæ, S.L. [Cava dei Tirreni], Manuscripti instar, 1942. Qui troviamo la melodia del Te Deum a pagg. 171 e ss.

La quinta ed ultima pubblicazione riguarda un’opera di un sacerdote del clero del Patriarcato di Venezia sul c.d. “canto patriarchino” nella sua variante veneziana: M. Dal Tin, Melodie tradizionali Patriarchine di Venezia, Padova, Panda, 1991. Qui una melodia che si riconosce come “parente” di quella fin qui riferita, si trova a pagg. 42 e ss. Don Mario Dal Tin ci dà, oltre alla notazione strofa per strofa, anche uno “schema” di cui qui riproduco una scansione per coglierne le sfumature e diversità.

Schema melodico del Te Deum di Venezia


È immediatamente percepibile il maggiore sviluppo che ne enfatizza la ricchezza e la solennità. La domanda sorge spontanea: si tratta di uno sviluppo posteriore di una melodia più semplice?  Oppure è da ritenersi che la più scarna non rappresenti che la semplificazione di quella più ricca. Allo stato attuale della mia conoscenza ritengo impossibile dare una risposta. 

Ma non è l’unico piccolo mistero in questa vicenda. Il lettore paziente avrà notato che su cinque testimonianze bibliografiche, più della metà (tre su cinque!) provengono da ambiente monastico. La domanda che mi pongo, anche in questo caso destinata ad essere irrisposta, è se tale Te Deum “tono populari”, sia nato - come il nome, appunto, parrebbe suggerire - tra il popolo per poi essere portato tra le mura del monastero o se, viceversa, abbia fatto il percorso esattamente inverso?

Quali che siano le risposte sulle origini e le più o meno nobili ascendenze di questo Te Deum, ritengo che costituisca una testimonianza della fede della nostra gente e mi auguro che il mio modestissimo lavoro contribuisca, in qualche misura, a scamparlo dall’estinzione.

 

Francesco G. Tolloi

francesco.tolloi@gmail.com

 

Ripromettendomi di cantarlo assieme a degli amici e registrarlo per poi implementarlo come parte di questo mio contributo, offro due possibilità di download


TE DEUM (TRIESTE)

TE DEUM (TRIESTE)

TE DEUM (TRIESTE)

TE DEUM (TRIESTE)

TE DEUM (TRIESTE)

TE DEUM (TRIESTE)

TE DEUM (TRIESTE)

TE DEUM (TRIESTE)

























lunedì 22 dicembre 2025

Canto dell'Epistola della Messa di Santo Stefano.

Dopo aver pubblicato, su questo mio blog, l'Epistola ed il Vangelo della terza Messa di Natale (in die), tratti dalla silloge "Laudes festivæ" di padre Beatus Reiser o.s.b., ho ritenuto di proporre una melodia "ad libitum" particolarmente suggestiva e con una fioritura assai lussureggiante, dell'Epistola della festa di Santo Stefano Protomartire (Atti 6, 8-10; 7, 54-59) in cui si narrano gli ultimi e concitati momenti della vita terrena del levita Stefano.

 Essa è tratta dal "Liber Monastici Cantus" (Venezia, come manoscritto, 1962) curata dall'eclettica, e per molti versi misteriosa, figura di padre Pellegrino Ernetti, che fu monaco benedettino a San Giorgio Maggiore a Venezia e fu titolare, presso il Conservatorio veneziano, della cattedra di prepolifonia. 

Come già in parte il Reiser anche Ernetti attinse copiosamente dal "Cantus Monastici Formula" (Tournai, Desclée Lefebvre, 1889; si tratta di un "cantorino" ad uso della congregazione benedettina cassinense), ma i due monaci, purtroppo, non indicarono brano per brano, nelle rispettive pubblicazioni, l'origine delle melodie riportate. Padre Pellegrino Ernetti però, in una breve nota (pag. 6), dichiara di ricorrere, sostanzialmente, a due famiglie di codici che chiama "beneventano cassinese" e "lombardo veneto". 

A mio sommesso parere l'Epistola di Santo Stefano qui presentata, potrebbe esser stata tratta da qualche codice di area aquilejense, che fu oggetto di molte indagini da parte del benedettino. Ciò mi è suggerito da fluire della melodia che non manca di parentele e similitudini anche con testimonianze di tradizione orale (c.d. "patriarchina") di questi territori. Allo stato attuale delle mie conoscenze, questa è una mera supposizione che però non ha avuto riscontro, sempre da parte mia, nei diversi manoscritti consultati. In ogni caso si tratta di una melodia "ad libitum" che merita di essere conosciuta. 

La versione qui presentata dell'Epistola del Protomartire Santo Stefano, è stata rivista dall'amico don Michele Tomasin, parroco di Mariano del Friuli e Corona, che qui ringrazio sentitamente (anche per l'esecuzione delle pericopi scritturali della III Messa di Natale), don Michele ha aggiunto anche un tutorial audio utile all'apprendimento.

Più sotto potrete anche sentire un altro tutorial audio, altrettanto utile, realizzato dal giovanissimo e caro amico Francesco M. Cismondi Pravisani, cui va la mia gratitudine, che è tra i curatori del vivace e ben documentato blog Dirigatur Domine e cui spetterà, in questo scorcio di 2025, cantarla "dal vivo".

Ho impaginato il tutto sul pratico formato A4, in modo che le stampe possano essere inserite nell' Epistolæ et Evangelia". Come già fatto nella succitata occasione, metto a disposizione dei lettori più possibilità di download:

1. File pdf impaginato in A4, ottimizzato per la stampa;

2. File pdf con imposizione (segnatura): ottimizzato per essere stampato fronte e retro su fogli A3 da piegare e pinzare;

3. Cartella compressa con i due suddetti files ed i tutorial audio (più sotto eseguibili).

Buone feste natalizie,


Francesco G. Tolloi

francesco.tolloi@gmail.com


Canto dell'Epistola di Santo Stefano (esecuzione Francesco M. Cismondi Pravisani)


Canto dell'Epistola di Santo Stefano (esecuzione don Michele Tomasin)






EPISTOLA DI SANTO STEFANO (A.L.)

EPISTOLA DI SANTO STEFANO (A.L.)

EPISTOLA DI SANTO STEFANO (A.L.)

EPISTOLA DI SANTO STEFANO (A.L.)

EPISTOLA DI SANTO STEFANO (A.L.)

EPISTOLA DI SANTO STEFANO (A.L.)



giovedì 18 dicembre 2025

Canto delle pericopi scritturali della Terza Messa di Natale.

Apro finalmente la sezione dedicata ai recitativi liturgici, con il canto "ad libitum" delle pericopi scritturali della terza Messa del Natale di N.S. (in die) tratte dalla seconda edizione del volume Laudes Festivæ (Typis Polyglottis Vaticanis, 1940) del benedettino padre Beatus Reiser, "Cantor Primarius" dell'Anselmianum nell'Urbe.

Qui i visitatori del blog avranno la possibilità di visionare il tono "ad libitum" dell'Epistola (Hebr. 1-12) e del Vangelo (Joann. 1, 1-14) e di ascoltare i tutorials - eseguiti dal carissimo amico don Michele Tomasin, che qui ringrazio - finalizzati all'apprendimento.

Ho preparato i files per  la stampa nel classico formato A4 in modo che il fascicolo possa essere inserito con comodità nell' "Epistolæ et Evangelia".

Offro qui diverse tipologie di download:

1. File pdf impaginato in A4, ottimizzato per la stampa;

2. File pdf con imposizione (segnatura): ottimizzato per essere stampato fronte e retro su fogli A3 da piegare e pinzare;




Buon cammino di preparazione al Santo Natale,

Prope est jam Dóminus, veníte adorémus!

Francesco G. Tolloi

francesco.tolloi@gmail.com


Canto dell'Epistola


Canto del Vangelo



EPISTOLA E VANGELO DI NATALE (MISSA IN DIE)

EPISTOLA E VANGELO DI NATALE (MISSA IN DIE)

EPISTOLA E VANGELO DI NATALE (MISSA IN DIE)

EPISTOLA E VANGELO DI NATALE (MISSA IN DIE)

EPISTOLA E VANGELO DI NATALE (MISSA IN DIE)

EPISTOLA E VANGELO DI NATALE (MISSA IN DIE)

EPISTOLA E VANGELO DI NATALE (MISSA IN DIE)

EPISTOLA E VANGELO DI NATALE (MISSA IN DIE)


giovedì 11 dicembre 2025

Il canto della Novena di Natale. Un nuovo libro (il mio).

 

Era da un po’ che guardavo, mantenendomi ad una certa distanza, quel fenomeno chiamato “self publishing” intuendone versatilità e potenzialità. Lo sguardo era sicuramente molto distratto e superficiale e, per moltissimi aspetti, ancora rimane tale. Usando una metafora mi trastullavo con la noce, ma la scorza coriacea mi impediva di addentare il gheriglio. Alla fine almeno un modesto assaggio di gheriglio l’ho fatto e, in tutta schiettezza, mi dispiace di non averlo fatto prima.

Imbastito con delle tempistiche davvero risicate, rubando qualche ora al sonno e del tempo alla socialità, ho pubblicato, tra molti dubbi su modalità e procedure, un libro di poco più di una sessantina di pagine, delle quali il 90 % musicate, sul canto della Novena di Natale. 

Il lettore potrebbe chiedersi a quale “Novena di Natale” faccio riferimento. La domanda non è banale e neppure mal posta. Devozioni preparatorie al Natale ripetute su un arco temporale di nove giorni ve ne sono moltissime e variegate per testi, modalità e luoghi. Anche limitando lo sguardo a zone a me limitrofe ci sono le “zornice”, tanto care un tempo alla popolazione slovena, o il canto del “Missus” nella vicina arcidiocesi udinese. Ma qui mi riferisco a quella che per me, non me ne vogliate, è la Novena per antonomasia, nata a Torino all’inizio del Settecento, modellata su stilemi liturgici in cui facilmente si ravvisano i tratti dell’Ufficio Divino (del Mattutino e dei Vesperi). Una paraliturgia insomma con un’impalcatura liturgica piuttosto robustamente strutturata ed una ricchezza di ispirazione scritturale assai pronunciata: argomenti che la rendono, sempre a mio vedere, preferibile alle altre. Siccome viviamo in un’epoca in cui le belle cose vivono, o meglio sopravvivono, a costante rischio di estinzione, ho pensato che una pubblicazione come questa potesse rappresentare un tentativo opportuno per farla conoscere, conservare e diffondere ne pereat.

Trattandosi di una “paraliturgia” non mancano varianti locali di cui ho cercato di dar conto. Nell’immagine dell’indice che più sotto pubblico potrete facilmente trarne contezza.

Tra i vari “providers” (si chiamano così? Nescio.) di “self publishing” la mia preferenza, nell’occasione è andata ad Amazon: versatilità, diffusione, tempistiche e modalità di spedizione e, non da ultimo, prezzo di copertina mi hanno portato a questa opzione.

A proposito dell'ultimo argomento ho cercato di mantenere un costo molto basso: ragionevolmente sarà difficile che qualcuno possa pensare seriamente (anche se i malpensanti esistono e sono numerosi) che una persona possa arricchirsi pubblicando un libro sulla Novena di Natale in canto gregoriano, o procacciarsi il suo minimo sostentamento materiale. Honi soit qui mal y pense. Tanto per dirla tutta, ogni tre libri venduti, con i proventi delle royalities, potrei riuscire (forse!) a bere un caffè al bancone di un bar. Non male per la sveglia caffeinica utile per preparare altre pubblicazioni...

Il libro, come potete vedere già dalle immagini qui pubblicate in anteprima, è stampato a colori con una grafica manieristicamente improntata allo stile di Desclée, da sempre il mio editore liturgico preferito, con l'iconografia della nota casa di Tournai, ispirata alle opere di Simon Vostre, a colori (tratte da un Messale della mia collezione). Per la copertina ho optato per il cartone morbido, stampato in lucido in colore violaceo, proprio per sottolinearne la stretta appartenenza al tempo di Avvento in cui la Novena si colloca.

Potete comodamente acquistare direttamente la vostra copia direttamente da Amazon, cliccando a questo link, al costo di 12,48 €, ossia il minimo che Amazon consentiva per tale tipologia di pubblicazione. Preciso che come autore posso comprare copie al costo vivo di stampa, però le consegne di tale tipologia da parte di Amazon, non avverrebbero prima dell'inizio del nuovo anno (circa a ridosso dell'Epifania): questo per alcuni concittadini che mi hanno chiesto se potevano avere direttamente una copia da me.

Mi dilungo ancora un istante su qualche complicazione o piccola disavventura occorsa. Essendo, come dicevo in apertura, la prima volta che utilizzavo questo servizio e come è buona regola ho richiesto una copia di prova. Questa ho potuto averla appena il giorno dell'Immacolata. Da essa, pur apprezzandone la sostanziale qualità (ho scelto la stampa "premium" ed in genere le migliori opzioni), mi sono accorto che la resa della notografia non sempre era eccelsa. Ciò, mi scuso se mi addentro momentaneamente nel tecnicismo, era avvenuto perché trattavo le immagini come png, pur in buona definizione. Ho dovuto perciò in fretta e furia vettorializzare tutta la notografia....ma alla fine, come credo apprezzerete anche dalle immagini , il risultato è più che buono. Insomma una corsa contro il tempo e per giunta ad ostacoli per licenziare l'edizione appena in tempo (in "zona Cesarini", come dicono gli amici calciofili che hanno più volte, senza successo, tentato di farmi capire di cosa si tratti).

Ora però smetto di parlare di me però da ultimo, ma certamente non per ordine di importanza, devo la mia più grata riconoscenza a due carissimi amici: don Michele Tomasin, sacerdote dell’arcidiocesi metropolitana di Gorizia, che mi ha accomodato alcune faccende musicali e Nicolò Ghigi, curatore del blogTraditio Marciana”, per la revisione latina dei testi. Il Signore che viene sappia ricompensarli, e mi mantenga sempre degno della loro amicizia!

Con l'auspicio che questo contributo porti qualche utilità alla riscoperta di una bella e pia tradizione e sia un piccolo aiuto  a vivere con profitto il sacro tempo di Avvento.

 

Regem ventúrum Dóminum, veníte adorémus!

 

Francesco G. Tolloi

francesco.tolloi@gmail.com

NOVENA DI NATALE, PAGINE DI ESEMPIO

NOVENA DI NATALE, PAGINE DI ESEMPIO

NOVENA DI NATALE, PAGINE DI ESEMPIO

NOVENA DI NATALE, PAGINE DI ESEMPIO

NOVENA DI NATALE: INDICE
copertina Novendiales Preces




mercoledì 10 dicembre 2025

Il colore rosaceo della III Domenica d'Avvento. Identità di un colore liturgico o varietà del violaceo?

 

Nell'imminenza della III Domenica d'Avvento, ho ritenuto di riprendere un mio vecchio scritto che ebbi modo di pubblicare durante la mia collaborazione con lo storico settimanale della Diocesi di Trieste "Vita Nuova" negli anni che precedettero la sua chiusura. Lo ripresi anche durante la mia collaborazione, come redattore della pagina "cultura" del nuovo settimanale diocesano "Il domenicale di San Giusto. Con qualche modestissimo e marginale ritocco, credo possa essere utile anche la pubblicazione qui sul mio blog.

F.G.T.


«Gaudéte in Dómino semper, iterum dico, gaudéte.». Questo è l’invito di San Paolo (Filipp. 4, 4) ripreso nell’Introito della III domenica dell’Avvento. Le parole di San Paolo rivolte ai filippesi indicano ormai l’imminenza del Natale: il “tempo forte” di preparazione alla celebrazione di questo Mistero sta per concludersi, la trepidazione, screziata a tratti da un’austera mestizia, lascerà presto il posto alla gioia della nascita del Messia e all’ammirata contemplazione del Verbo, coeterno al Padre, incarnato per la redenzione degli uomini.  Questo sentire riverbera in un segno esteriore che catalizza e colpisce l’attenzione: il colore viola dei paramenti si sostituisce con il colore rosaceo. 

Anche norme del Messale "riformato" si esprimono in direzione di una facoltatività di questo utilizzo: adhiberi potest recita infatti l’Institutio Generalis Missalis Romani [1]. L’origine, anche della norma, è da ricercarsi quasi sicuramente nell’evoluzione storica che ci permette di trarre delle conclusioni in grado di fornirci una chiave di comprensione di questo uso. Il rosaceo, utilizzato nella III Domenica d’Avvento e nella IV domenica di Quaresima, è il colore liturgico più recenziore quanto a menzione nei testi normativi: l’editio princeps del Messale Romano di papa San Pio V (1570) non lo menziona, mentre il primo a farne riferimento è il Cæremoniale Episcoporum clementino (editio princeps 1600). 

Anche qui non si tratta d’un obbligo ma di una facoltà, ed è proprio questo aspetto a farci capire come il rosaceo non abbia una sua propria autonoma e definita identità ma sia da intendersi come una variante del viola caratteristico del tempo. Sarà importante notare di come nell’antichità non esistesse una precisa attribuzione del colore per una determinata celebrazione (legata al tempo liturgico o ad una tipologia particolare di Santo): ci si limitava a distinguere i colori chiari dai colori scuri, un po’ come avviene ancora oggi in molte Chiese orientali. Sostanzialmente si distinguevano le vestes albae, destinate a essere signum laetitiae, e le vestes pullae, di cui ci si rivestiva in signum mœroris. Semplificando, si potrebbe dire che i colori chiari vennero destinati alle feste, quelli scuri alle altre circostanze, specie i tempi penitenziali. 

Quello che spesso è denominato canone dei colori (assegnazione di un colore liturgico a una precisa circostanza), si codificò durante il pontificato di papa Innocenzo III (+ 1216) anche se è da ritenersi di formazione precedente. Esso risente fortemente di quella tendenza all’allegoria e al simbolo che caratterizza l’animo medievale. I tempi forti si trovarono perciò presto ben identificati con il ricorso al viola e ad altri segni liturgici esteriori che rimontavano alle epoche più remote. Il tempo di Avvento rientra tra questi; un rigore penitenziale variamente declinato anche per quanto atteneva la disciplina del digiuno. Proprio a questa disciplina alludevano, tra i varî tratti arcaici, le casule piegate che i ministri indossavano al posto della dalmatica e tunicella durante le celebrazioni de tempore fino agli anni sessanta del Novecento. Utilizzato con differenti modalità nei diversi usi liturgici occidentali, esso era un tratto arcaico che rimontava a quando la casula, secondo le parole di Amalario di Metz, era generale indumentum sacrorum ducum [2]

L’uso finì per diventare un segno visibile ed immediatamente identificabile di un tempo di digiuno . Nell’Avvento il digiuno conosceva un’attenuazione del rigore in coincidenza con la III domenica, forse in vista dello slancio finale: coerentemente i ministri riprendevano, temporaneamente, i loro paramenti più usuali. 

A questa mitigazione corrispondeva anche uno schiarimento del colore dei paramenti, ecco perciò il definirsi del rosaceo come nuance particolare del viola e ad esso strettamente correlato. Va notato ancora che, sebbene la Chiesa prescriva il colore liturgico, non determina, invece, la precisa sfumatura ed intensità. Restando allo specifico del colore viola del tempo, si noteranno diversità, anche piuttosto nette, distribuite geograficamente e sono attribuibili ai diversi coloranti, d’origine naturale, a cui ricorrevano i tessitori per tingere le stoffe. A Roma esso era tendenzialmente chiaro, tanto che gli eruditi autori (es. il Moroni o il Cancellieri) che hanno diffusamente trattato degli usi liturgici dell’Urbe, lo chiamano paonazzo (assai simile al colore della veste corale dei Vescovi). Viceversa, oltralpe, il colore era molto più carico e intenso (detto talvolta gallicano), i milanesi – per il loro rito – conoscono una particolare e più cupa variante di viola chiamata morello

Mediante il colore rosa, caricato di un contenuto gioioso, che vedremo nelle nostre chiese questa domenica, la Chiesa, madre e maestra, ci invita, attraverso questo segno sensibile a predisporci alla letizia ed alla speranza che deve riempire il nostro cuore per la celebrazione del mistero della nascita di Cristo che vivremo tra pochissimi giorni: prope jam est Dominus, venite adoremus!

Francesco G. Tolloi

 



[1] Cfr. Institutio Generalis Missalis Romani, IV, de sacris vestibus, 346, f, in Missale Romanum, editio typica tertia, Città del Vaticano, Typis Vaticanis, 2002, pag. 76.

[2] Cfr. De ecclesiasticis officiis, II, 19 (P.L. 105, 1095).

Parato rosaceo di manifattura inglese



martedì 25 novembre 2025

Tropi dell’Introito della I domenica d’Avvento.

Sino alla riforma liturgica tridentina - senza dubbio portatrice di un ridimensionamento volto a una "normalizzazione", pur su paradigmi identificati aprioristicamente come ideali - notevolmente ampie erano state,  nello scorrere dei secoli, le fioriture dei testi liturgici in uso nella Chiesa. Tra queste un posto di indubbio rilievo, specie in merito alla consistenza, è individuabile nei “tropi” che assieme alle sequenze, ridotte con il messale di San Pio V a quattro (poi ampliate nel XVIII secolo a cinque) costituivano il tratto caratteristico della produzione liturgica basso medievale e che si riscontra sino ai primi testimoni a stampa dell’età moderna di epoca pretridentina. 

Il tropo, dalla parola greca τρόπος (cambio) è un’ interpolazione posta nell’ambito di un testo liturgico e fu un fenomeno di “fioritura” che interessò sia le parti dell’ ordinarium missæ [1] che del proprium [2] per giungere persino a coinvolgere le pericopi scritturali. Essi, generalmente composti in ritmo poetico e melodicamente omogeneo allo stile del canto liturgico interpolato, rappresentano dei tentativi sia di fornire una didascalia al testo che viene così  “farcito”, sia un tentativo di solennizzazione e ci testimoniano sicuramente uno slancio e una tensione tipici dell’epoca in cui essi proliferarono. 

I tropi qui presentati “Gregórius præsul” e “Sanctíssimus” si situano prima   dell’Introito “Ad te levávi” della I Domenica d’Avvento e spesso si trovano fisicamente collocati, ora uno ora l’altro, all’apertura del Graduale, il libro che raccoglie i proprii delle messe ordinati, secondo la pia tradizione, da San Gregorio Magno,  per il corso dell’anno liturgico. In questo caso le composizioni qui presenti non si pongono tra le parole del testo ufficiale ma si presentano come un ideale preludio, pertanto è da ritenersi che possano essere utilizzati, scegliendone uno, al momento in cui il sacerdote, dopo aver effettuato l’aspersione domenicale, riveste i paramenti per iniziare la Messa. 

Buon Sacro tempo dell'Avvento a tutti.

Veni Dómine, noli tardáre !

Francesco G. Tolloi

_________________________________

[1] Celebri in tal senso i tropi del Kýrie che finirono per conferire i nomi alle diverse messe del Kyriale comprese quelle ad libitum, ad esempio la XVII, usata nelle domeniche d’avvento e quaresima: Kýrie, salve sempérque præsénti turmæ eléison. È opportuno segnalare un’opera piuttosto recente che li raccoglie: A. STINGL jun., Tropen zum Kyrie im Graduale Romanum, Regensburg, EOS Verlag Sankt Ottilien, 2011.)


[2] Per i tropi dell’Introito, ad esempio, si veda: F. HABERL, 86 Tropi Antiphonarum ad Introitum usui liturgico accommodati, Roma, Pontificio Istituto di Musica Sacra, 1980 (da esso ho trascritto il brano “Gregórius præsul”).


Do la possibilità ai miei affezionati lettori di effettuare il download in due modalità: la prima prevede il file pdf dell'opuscolo e la seconda "pronta all'uso", ossia lo stesso opuscolo già preparato per una stampa fronte retro e relativa piegatura

> scarica qui l'opuscolo in formato pdf.

> scarica qui l'opuscolo ottimizzato per la stampa fronte-retro (pdf).

Tropi della I Domenica d'Avvento

Tropi della I Domenica d'Avvento

Tropi della I Domenica d'Avvento

Tropi della I Domenica d'Avvento
















venerdì 21 novembre 2025

La devozione triestina alla Madonna della Salute. La sua origine tra storia e tradizioni.

Una brevissima premessa.

Trieste città laica. Spesso si sente questa frase esprimendo qualche considerazione sulla religiosità triestina. Eppure chi come me ha superato il mezzo secolo, ben ricorda, fino qualche decennio fa, le folle di triestini che nella festa della Presentazione della Beata Vergine Maria (21 novembre), incuranti della Bora, che spesso sferzava la città in quel periodo dell'anno, o della pioggia battente, salivano la ripida via Donota o la scalinata, per rendere omaggio alla "Madonna della Salute", venerata nella chiesa di Santa Maria Maggiore. Oggi i numeri non sono più quelli di un tempo, ma pur sempre resta la devozione che più alberga nel cuore dei triestini.
Per tale motivo, oggi 21 novembre del 2025, ho pensato di riprendere un mio articolo scritto per "Il domenicale di San Giusto", settimanale della diocesi triestina (pubblicato nel 2021 e qui scaricabile in pdf), mettendolo a disposizione dei miei lettori. Ringrazio qui il mio caro amico Diego Tissini per avermi messo a disposizione alcune foto storiche della sua collezione.

F. G. T.

Madonna della Salute (Sassoferrato)



Trieste, estate 1849. Nell’imperversare della calura agostana, la fredda tenaglia del colera iniziava a far sentire la propria stretta sulla popolazione della città.  Dopo la prima decade di settembre, la Commissione Centrale di Sanità, non poteva nascondere il serpeggiare dell’epidemia e dovette normare la condotta di una cittadinanza ormai in preda al panico, non mancando l’invito accorato ad affidarsi alla Provvidenza. Per le vie ardevano fuochi per riscaldare i paioli ricolmi di catrame, allora considerato efficace presidio per disinfettare, per lo stesso motivo nelle case si bruciava il ginepro. Centinaia di cadaveri attendevano sepoltura: le cappelle obituarie di San Giusto e quella succursale di San Giacomo non bastarono, fu necessario allestire un’ampia tettoia nel cimitero di Sant’Anna, i funerali si susseguivano senza posa. Le brulicanti attività economiche ed i vivaci commerci triestini avevano subito un brusco arresto, sicché lo spettro della miseria si era sinistramente sommato a quello del morbo, sferzando, in tetra sinergia, la popolazione sempre più provata e stremata. Medici, farmacisti e clero della città si trovano impegnati continuamente per curare e confortare gli sventurati, l’autorità civica seguitava a lodarne l’infaticabile zelo e, di fronte al susseguirsi drammatico degli eventi, fece istanza al buon cuore dei cittadini invitandoli alla solidarietà verso i più bisognosi, il cui numero aumentava col trascorrere dei giorni. La fede dei triestini li portava a recarsi continuamente nelle chiese a supplicare l’intervento divino, specialmente a Santa Maria Maggiore, ove qualche anno prima, nella cappella della navata di destra, era stata collocata l’immagine della Madonna della Salute attribuita a Giovan Battista Salvi, il Sassoferrato, dono del munifico conte Domenico Rossetti. Alla Madonna della Salute era già dedicata una Confraternita eretta nella parrocchia nel 1827.  Ma anche un’altra l’immagine catalizzò la devozione dei triestini flagellati dal colera: la Madonna dei Fiori. Attualmente collocata in una cappellina ricavata nel palazzo dell’Inail, proprio sotto il Santuario di Santa Maria Maggiore, trae il nome dal terreno di proprietà di Fiori, soprannome di tale Ferdinando Patarga, oriundo dello Stato Pontificio, che la rinvenne durante gli scavi per l’edificazione della sua osteria. Si tratta di un busto in marmo alabastrino di Carrara, opera dello scalpello di un ignoto autore forse cinquecentesco, si potrebbe ritenere fosse un tempo patrimonio di uno dei conventi che sorgevano nell’area. Il simulacro lapideo venne collocato ai margini del campo di bocce dell’osteria del Patarga. L’effige è nota ai triestini anche come Madonna della borela, lemma dialettale che indica la boccia: pare che un giocatore, perse le staffe per l’ennesimo tiro non andato a segno, scagliasse la boccia verso la statua che subito prese a sanguinare. Secondo la tradizione, una popolana triestina si recò, durante l’imperversare del cholera morbus, all’osteria per comperare del vino per il fratello duramente colpito dal male. Nel mentre l’oste riempiva il fiasco, la donna si raccolse in preghiera innanzi all’effige della Madonna.  Qui fece il voto che, qualora l’affezionato fratello fosse stato risanato, si sarebbe adoperata per onorare la Vergine Maria con una processione votiva; una volta rincasata trovò il fratello guarito. Sparsasi rapidamente la notizia tra il popolo, il Vescovo avrebbe acconsentito lo svolgersi della processione.

Stando alle cronache, il 15 ottobre del 1849, su interessamento della Confraternita dei Battuti, si svolse una processione con la sacra effige, con la partecipazione di migliaia di fedeli per impetrare l’intercessione della Vergine affinché il colera cessasse di flagellare Trieste. Il pio sodalizio aveva in carico la statua della Madonna che all’epoca si custodiva presso la oggi non più esistente Cappella Conti, poco distante da Santa Maria Maggiore, sede dello stesso. La stretta epidemica iniziò ad allentarsi: i primi giorni di novembre l’Autorità cessò la pubblicazione del bollettino giornaliero e, poco dopo, furono riaperte le scuole cittadine. Il 21 novembre, Festa liturgica della Presentazione della Beata Vergine, monsignor Bartolomeo Legat, Vescovo di Trieste e Capodistria, indisse una Festa votiva con processione «in rendimento di grazie all’Altissimo Dio per la cessazione del morbo che funestò la città», l’Autorità civica dispose per la giornata la chiusura delle attività industriali e degli esercizi commerciali. Di buon mattino il Vescovo celebrò la Messa pontificale in Cattedrale e, dopo il canto del Te Deum (opera di Luigi Ricci), l’effige della Madonna dei Fiori fu recata in processione per le vie della città con oceanico concorso di popolo. La processione si divise in direzione delle parrocchie urbane di Sant’Antonio Nuovo, Beata Vergine del Soccorso e Santa Maria Maggiore ove, in ciascuna di esse, si celebrò un’altra Messa e s’intonò nuovamente l’Inno ambrosiano. Nel pomeriggio, nelle parrocchie cittadine, si tennero solenni funzioni mariane innanzi al Santissimo Sacramento esposto. Fino agli anni Sessanta dello scorso secolo era rimasto l’uso, attestato dai calendari-direttori liturgici diocesani pubblicati annualmente, di cantare il Te Deum e suonare le campane a festa nel tardo pomeriggio della Festa della Presentazione in tutte le parrocchie cittadine (l’allora decanato urbano), sicura eco e retaggio dei festeggiamenti di quel 21 novembre del 1849. Contraccolpo della liberazione dal colera e dei festeggiamenti, fu l’incrementare della devozione intorno la sacra effige, da allora detta anche Madonna del Colera, e del dipinto sassoferratesco dono del Rossetti. La processione venne ripetuta nel 1855 in coincidenza con un’epidemia, negli anni successivi si registra un concentrarsi dei festeggiamenti proprio a Santa Maria Maggiore. Ancora oggi la Festa della Madonna della Salute costituisce sicuramente la più ampia espressione della pietà popolare triestina che richiama e raccoglie i fedeli nella monumentale chiesa di Santa Maria Maggiore, eretta a Santuario diocesano dal Vescovo monsignor Giampaolo Crepaldi (2011), una devozione sempre viva e vivace sicuramente da valorizzare nella contingenza attuale.

Salus infirmórum, ora pro nobis.

 

Francesco  G. Tolloi

Festa della Madonna della Salute (Trieste)
Cappella della Madonna Salute,
addobbata per la Novena e la Festa della Salute

Festa della Madonna della Salute (Trieste)
Funzione serale della Festa della Madonna della Salute
il Te Deum

Predicazione della Madonna della Salute
Folla di fedeli durante la predicazione
di padre Cornelio Relia OFM
nella Festa della Madonna della Salute

Festa della Madonna della Salute
Altare Maggiore preparato per
la Messa Pontificale della
Festa della Salute

Festa della Madonna della Salute (Trieste)
Altare Maggiore nella
Festa della Salute



mercoledì 27 agosto 2025

De profundis tenebrarum. Sequenza in onore di Sant'Agostino (dal repertorio agostiniano).

 Alla vigilia della festa di Sant'Agostino Vescovo, Confessore e Dottore della Chiesa, essendo assiso sul soglio di San Pietro un papa agostiniano, ho pensato di condividere con i miei lettori una sequenza in onore di questo grande Santo conservata nel repertorio liturgico della famiglia religiosa che da lui prende il nome.

L'ho trascritto dal Proprium Missarum et Officiorum Ordinis Eremitarum Sancti Augustini jussu Reverendissimi Patris Prioris Generalis P. Mag. Eustasii Esteban editum, Tornaci, Desclée, 1926, pagg. 128 e ss.

Trattasi di un testo non del tutto sconosciuto, per altro messo in musica, ad esempio, da Michael Haydn (1737-1806) e dal capodistriano Antonio Tarsia (1643-1722) qui presentato nella sua versione "gregoriana" nella restituzione solesmense.

Questo mio post vuole essere una sorta di "messaggio nella bottiglia"...chissà che qualche comunità agostiniana imbattendosi in questo blog non decida di cantarlo? Ma se l'utilizzo originario come sequenza spetta agli agostiniani, non vieta ad altri di adoperarlo come canto aggiuntivo (ad esempio all'offertorio) celebrandosi la Messa del grande vescovo di Ippona cui si attribuisce la celebre massima "qui cantat bis orat". Di un utilizzo in questa fattispecie più allargata si ha anche contezza storica, visto che tale brano lo si riscontra anche in una raccolta francescana dei primi del Novecento pur con una melodia differente (cfr. Cantus Varii Romano-Seraphici, Tornaci, Desclée, 1902, pagg. 193 e ss.).

Metto dunque a disposizione dei miei lettori la possibilità di effettuare il download in due modalità: l'opuscolo con le trascrizioni e lo stesso già correttamente imposto per la stampa, su formato A4, con successiva piegatura.

Chi desiderasse i files in formato gabc, utili soprattutto qualora si volesse dare una diversa veste grafica, può richiedermeli a mezzo email.

Sancte Augustíne, ora pro nobis.


Francesco G. Tolloi

francesco.tolloi@gmail.com


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sequenza sant'agostino

sequenza sant'agostino

sequenza sant'agostino

sequenza sant'agostino

sequenza sant'agostino

sequenza sant'agostino

sequenza sant'agostino

sequenza sant'agostino

venerdì 8 agosto 2025

Due toni di tradizione cassinense per il canto del Credo

Ripiegato tra le pagine di un mio vecchio Graduale Romanum con supplemento monastico, ho ritrovato qualche tempo fa un piccolo opuscolo, di cui avevo perso memoria, riportante due melodie, destinati ad libitum  alla congregazione benedettina cassinese, per il canto del Credo.

Lo scarno opuscoletto dal titolo Duos cantus Symboli ex antiquis codicibus monasteriorum Italiæ excerpti a S.R.C. approbati, Tornaci, Descléé [s.d.], è stampato su una carta di scadente qualità come spesso accadeva all'epoca, caratterizzata da una esuberante percentuale di lignina che ha reso l'esemplare tanto friabile da spezzarsi.

La fragilità del testimone e non da ultimo la gradevolezza delle melodie, sono state decisive nel persuadermi a compiere un'operazione di trascrizione confidando in un utilizzo propriamente liturgico in un futuro prossimo.

Come detto non si tratta di nulla di più che di un lavoro "artigianale" di trascrizione privo di velleità filologiche, certamente un confronto con i codici potrebbe far chiarezza circa l'origine e la diffusione di tali melodie per il canto del Credo. Esse in ogni caso si situano in quella ricca tradizione liturgico-musicale del monachesimo cassinense di cui, limitandoci anche, grossomodo, solo allo scorso secolo si ha contezza sfogliando ad esempio: Cantus Monastici Formula, Tornaci, Desclée Lefebvre, 1899 ed il Liber Choralis, Archicœnobi Casinesis, 1933 ove si possono reperire toni salmodici "irregolari" propri della congregazione ed un una messe che definirei lussureggiante di recitativi liturgici e molto altro.

Metto dunque a disposizione dei miei lettori la possibilità di effettuare il download in due modalità: l'opuscolo con le trascrizioni e lo stesso già correttamente imposto per la stampa, su formato A4, con successiva piegatura.

Chi desiderasse i files in formato gabc, utili soprattutto qualora si volesse dare una diversa veste grafica, può richiedermeli a mezzo email.

Francesco G. Tolloi

francesco.tolloi@gmail.com


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canti del credo cassinensi

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