Visualizzazione post con etichetta leon gromier. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta leon gromier. Mostra tutti i post

lunedì 13 aprile 2020

(2) La Messa Pontificale. Tipologie - Caratteristiche - Peculiarità. (Assistenza Pontificale)


Assistenza Pontificale.
(in piviale e in cappa)

Se la celebrazione pontificale da parte del vescovo è caratteristica delle solennità, in altre occasioni egli interviene assistendo alla messa solenne celebrata da altri - assiso al trono - rivestito del piviale e della mitria e impugnando il pastorale. Il vescovo è attorniato dai diaconi e dal sacerdote assistente rivestiti dei loro abiti e insegne corali, ai piedi del trono si collocano - come alla messa pontificale - i chierici portainsegne che in queste occasioni non indossano il piviale. I canonici non indossano i paramenti ma solo il loro abito corale, essi si dispongono in circolo ai piedi del trono durante la vestizione, al Kyrie, Gloria, Credo, Sanctus e Agnus Dei; chi fa detti circoli deve essere canonico e tale prerogativa spetta solo all’ordinario del luogo.
Canonici in circolo.

In siffatte circostanze il vescovo fa ingresso alla chiesa come sopra descritto, si veste dei sacri paramenti al trono, si reca con mitria e pastorale all’altare, fatta la dovuta reverenza li depone [40].

Fa la confessione ai piedi dell'altare stando il celebrante – che gli risponde - alla sua sinistra. Dopo l’Indulgentiam si avvicinano i suoi diaconi assistenti in abito canonicale e rispondono a quanto segue; anziché salire l’altare, congedandosi da esso, riceve mitria e pastorale e si reca al trono benedicendo gli astanti, ivi, consegnato il pastorale, siede impone e benedice l’incenso. Il celebrante compie l’incensazione come avviene normalmente alle messe solenni, riceve l’incensazione dal diacono (duplici ductu); il turiferario porta il turibolo al sacerdote assistente che - ai piedi del trono - turifica il vescovo triplici ductu
Incensazione.
Una volta ricevuta l’incensazione il vescovo siede per il tempo di deporre la mitria; stando in piedi legge l’introito del giorno – nello stesso momento in cui lo fa il celebrante all’altare - dal messale recato da un chierico e rischiarato dalla candela della palmatoria sorretta da un altro chierico.

Il Kyrie e il Gloria vengono recitati contemporaneamente al celebrante dal vescovo con i suoi assistenti e dai canonici in circolo; quando essi si allontanano dal trono vengono benedetti dal vescovo il quale sedutosi è coperto dalla mitria aurifregiata.

Stando sempre al trono benedice il suddiacono ed il diacono rispettivamente dopo la proclamazione dell'epistola e prima del canto del vangelo (le modalità sono analoghe a quelle della messa pontificale). 

Dopo l’omelia può esserci la benedizione indulgenziata (come alla messa pontificale al trono) [41]Il momento del Credo ha uno svolgimento in tutto simile a quello del Gloria. Cessato il canto del simbolo - cantato dal celebrante Dominus vobiscum e Oremus - il vescovo legge contemporaneamente l’offertorio del giorno, il suddiacono, stando all’altare presso il celebrante, mostra l’ampolla dell’acqua che viene benedetta dal vescovo prima di essere infusa nel calice. Spetta al vescovo imporre e benedire l’incenso. Come all’introito sarà incensato dal presbyter assistens dopo che il diacono avrà incensato il celebrante.

Durante il prefazio il vescovo sta in piedi al trono, recita, contemporaneamente al celebrante il Sanctus assieme ai suoi assistenti e ai canonici disposti in circolo; nel congedarli, come detto prima, li benedice. Con la mitria e il pastorale procede verso il mezzo del presbiterio ove è posto un faldistorio. Consegnato il pastorale resta a capo scoperto e in ginocchio assiste all’elevazione.

Durante l’elevazione, il suddiacono, reggendo la patena col velo omerale si trova in plano: per non dare le spalle al vescovo (che è inginocchiato innanzi al faldistorio) si scosta leggermente verso il lato dell’epistola stando voltato verso quello del vangelo. Terminata l’elevazione il vescovo si rialza, compie la genuflessione e riassume mitria e pastorale per spostarsi nuovamente verso il trono, ivi rimarrà in piedi rivolto verso l’altare. All’Agnus Dei si appressano a lui nuovamente i canonici per fare il circolo e recitare assieme questa formula. Il sacerdote assistente va all’altare e si comporta sostanzialmente come il diacono alla messa solenne, ovverosia si pone in ginocchio alla destra del celebrante mentre dice l’orazione Domine Jesu Christe, qui dixisti e - baciato l’altare assieme al celebrante - riceve la pace che porta immediatamente al trono al vescovo il quale la trasmette ai diaconi assistenti, il prete assistente dà la pace al suddiacono che la darà ai presenti in coro e quindi al diacono e al cerimoniere.
La pace.
Se vi è la distribuzione della comunione dopo il Confiteor pronunzia il Misereatur e l’Indulgentiam [42]. Il vescovo durante la comunione sta al trono in ginocchio oppure, giusta la consuetudine, solo quando il celebrante scende a dispensarla. Alla fine della messa spetta al vescovo impartire la benedizione stando al trono con la mitria in capo e il pastorale in mano (a meno che non sia arcivescovo o goda di un personale privilegio) quindi il celebrante legge l’indulgenza concessa.

In occasione di feste meno solenni il vescovo presta la sua assistenza con la cappa ministrato comunque dal presbyter assistens e dai diaconi assistenti [43]. In tali occasioni egli si copre della berretta che indossa da solo e gli viene consegnata dal primo dei diaconi assistenti. Riceve l’incensazione solamente all’offertorio; impartisce la benedizione con la berretta in capo (eccetto che sia arcivescovo o abbia il privilegio della croce).
Assistenza in cappa, elevazione (Westminster).
Il vescovo può altresì assistere in mozzetta prendendo posto nel primo stallo del coro. In questo caso riceve semplicemente l’incensazione all’offertorio triplici ductu dopo il celebrante, il diacono – prima di trasmettere la pace al suddiacono – la porta al vescovo. In questo caso al vescovo non spetta leggere nulla durante la celebrazione della messa e neppure impartire alcuna benedizione [44].

 
Se il celebrante della messa cui il vescovo assiste è a sua volta un vescovo non a lui soggetto il Caeremoniale episcoporum reputa opportuno che l’ordinario presti assistenza astenendosi dal rivestirsi dei paramenti e quindi rivestendo solo la cappa [45]. Tutti gli onori (es. i baci nella consegna degli oggetti) e le benedizioni spettano al celebrante. Fanno eccezione l’assoluzione, la concessione dell’indulgenza e la benedizione che hanno luogo dopo l’omelia che sono di stretta pertinenza dell’ordinario. Ne consegue che spetta al vescovo celebrante benedire l’incenso e l’acqua, ricevere il bacio della mano da parte del suddiacono dopo il canto dell’epistola, benedire il diacono per la proclamazione del vangelo, impartire la benedizione alla fine della messa. Il vescovo che assiste si astiene dal recitare le preghiere ai piedi dell’altare che invece alternerà stando al trono con i suoi assistenti, bacia il testo del vangelo dopo il canto dello stesso ma l’incensazione la riceve solo il vescovo celebrante [46].

Per completezza ricordo che il vescovo - trovandosi ad assistere ad una messa letta nel territorio della sua giurisdizione – riceve da baciare il testo del vangelo dopo la proclamazione dello stesso e riceve la pace con lo strumento [47].





Note:
[40] I. NABUCO, Ius pontificalium…, cit., p. 333 considera lodevole l’uso che il vescovo si pari nel “sacrario sive in secretario”.
[41] Idem, p. 334.
[42] Secondo il Messale nell’edizione del 1962 non ha luogo la recitazione del Confiteor avanti la comunione cfr. nota 31.
[43] CE, II, IX, 4.
[44] Qualora vi fosse uno speciale indulto in forza del quale il vescovo, pur essendo vestito in mozzetta, presta assistenza al trono, si comporta come se assistesse al primo stallo del coro; cfr. I. NABUCO, Ius pontificalium, cit. p. 332.
[45] Ibidem, al 7.
[46] I. BOURGET, Ceremonial des évêques…cit., p. 63 riferisce di sviluppi piuttosto amplificati dell’assistenza in mozzetta. Sull’argomento della messa celebrata da un vescovo alla presenza di un superiore (es. cardinale o metropolita) rimando a L. GROMIER, Commentaire…cit. p. 320-325 e anche I. NABUCO, Ius pontificalium…cit. p. 335 qui l’Autore reputa che anche un cardinale legato o un prelato superiore che dovesse assistere alla messa dell’ordinario del luogo si astiene dal prestare l’assistenza in piviale “obsequii causa”. Una descrizione che eccelle per dettagli e precisione della messa pontificale celebrata da un vescovo alla presenza dell’ordinario del luogo che siede al trono in cappa è quella di: MARTINUCCI-G.B.M. MENGHINI, Manuale sacrarum caeremoniarum…, cit., pars altera, I, pp. 233-252.
[47] CE I, xxx, 1 e 2.

(6) La Messa Pontificale. Tipologie - Caratteristiche - Peculiarità. (Messa Pontificale dei Prelati non Vescovi - Conclusione)


Messa Pontificale dei Prelati non Vescovi.

Tra i prelati non vescovi ve ne sono alcuni che possono celebrare in forma pontificale. In diversi interventi della sede apostolica si ravvisano dei provvedimenti che pongono dei limiti, senza dubbio mirati a far sì che il loro status sia distinto da quello dei vescovi e dei cardinali, in particolare nell’ornato e nelle limitazioni derivanti dal poter pontificare solo in precise e ristrette occasioni. Si ravvisa altresì una tendenza ad ottenere una certa uniformità visto che evidentemente si erano radicate diverse e variegate costumanze locali giustificate da consuetudine o privilegio.

I prelati che celebrano in forma pontificale sono gli abati (secolari e regolari) i protonotari apostolici de numero partecipantium, i protonotari apostolici soprannumerari e quelli ad instar partecipatium. Altri prelati come i protonotari onorari (o anche superiori di ordini religiosi [94], es. i ministri provinciali francescani) usano alcune distinzioni peculiari (es. l’uso del canon missae e della bugia) durante le sacre funzioni. Tra gli abati che celebrano pontificalmente ci sono quelli regolari [95] (ovvero che presiedono a qualche monastero ed hanno quindi su di esso una giurisdizione spirituale), quelli che presiedono a qualche insigne chiesa soggetta alla santa sede detti secolari, gli abati nullius (che hanno giurisdizione su clero e fedeli di un determinato territorio).

Alcune chiese parrocchiali insigni furono in passato dichiarate abbazie ad honorem dai sommi pontefici e perciò, durante munere, i loro parroci officiano pontificalmente [96]. Il Caeremoniale episcoporum non fa menzione espressa dei pontificali dei prelati privi del carattere episcopale, per risalire pertanto alle caratteristiche sarà necessario attingere ai decreti e alle opinioni degli autori. I pontificali degli abati si svolgono al trono. Il trono però è eretto, sempre dal lato del vangelo, su due gradini e non può – anche nella propria chiesa – essere fisso ma deve essere collocato solo in occasione delle celebrazioni pontificali [97]. All’altare non è mai collocato il settimo candeliere, prerogativa esclusiva dell’ordinarius loci limitatamente ai suoi pontificali al trono. Le normative principali sono contenute in un decreto seicentesco emanato durante il pontificato di papa Alessandro VII “Circa usum pontificalium praelatis episcopo inferioribus” [98].

Richiamo le principali differenze rispetto la messa pontificale di un vescovo: anzitutto l’abate non è accolto da tutto il clero alla porta della chiesa ma solo da due chierici e dal cerimoniere, sempre all’ingresso, non asperge clero e fedeli ma - toccando l’acqua dall’aspersorio a lui porto dal più degno dei sacerdoti - si segna, non incede attraverso la navata benedicendo e, quando, avendone l’uso, indossa la cappa questa non è sostenuta dal chierico caudatario, salvo non goda di un particolare indulto apostolico. L’abate si para al trono e non nel secretarium. Non benedice coloro i quali provvedono alla abluzione delle sue mani, né il prete assistente né il diacono quando riceve l’incensazione. La sua mitria è aurifregiata (salvo particolari concessioni della sede apostolica), al pastorale è sospeso un velo di stoffa bianco [99] a voler segnare la sua giurisdizione limitata e distinguerlo da un prelato con carattere episcopale. Sei sacerdoti del suo clero siedono su due panche predisposte in presbiterio indossando due il piviale, due la pianeta e due la dalmatica. Il prelato durante la messa dice Dominus vobiscum e non Pax vobis prima della colletta, non concede indulgenze, non benedice il predicatore e neppure il diacono che lo incensa o coloro i quali ministrano alla lavanda delle mani, dà la benedizione triplice come i vescovi.

I pontificali dei protonotari apostolici sono normati da un motu proprio di papa san Pio X [100] che stabilì le classi in numero di quattro: de numero partecipantium, soprannumerari, ad instar partecipantium e onorari, limitando le funzioni pontificali nel corso dell’anno liturgico e rimettendole al placet dell’ordinario del luogo. Detto provvedimento pose fine – almeno in massima parte – a quelle numerose costumanze locali spesso legate ai capitoli.

I protonotari de numero, fuori dall’Urbe, celebrano pontificalmente al faldistorio, come gli abati vengono accolti alle porte della chiesa, rivestiti del rocchetto e della mantelletta, dal cerimoniere e da due chierici [101]. Durante la messa possono alternare due mitrie: quella aurifregiata e quella semplice di lino [102], possono essere assistiti, eccetto che in presenza di un vescovo, dal presbyter assistens, la lavanda delle mani avviene solo dopo l’offertorio come per tutti i sacerdoti, benedicono come fanno normalmente i sacerdoti ma cantando la formula. Tengono lo zucchetto solo quando incedono nella navata della chiesa reggendo la berretta nera col fiocco rubino e quando il capo è coperto dalla mitria; lo zucchetto è nero con le cuciture di colore rubino. Le chiroteche sono in seta senza ricami, sono solamente orlate d’oro, l’ornato è simile per i calzari e per i sandali.  La messa si svolge con le modalità descritte per la messa pontificale al faldistorio eccetto per le particolarità qui sinteticamente descritte.

Del tutto analoghi i pontificali dei protonotari soprannumerari nei confini delle diocesi di appartenenza [103] eccezion fatta per la mitria: invece della aurifregiata, usata come si è visto dai protonotari de numero, fanno uso di una mitria particolare di seta bianca e bordata d’oro con le frange sottostanti le infule di color rosso; essa può essere alternata alla mitria semplice di lino. Fuori dal territorio diocesano essi pontificano al modo dei protonotari ad instar partecipantium
Basilica di Grado (GO) mons. Silvano Fain prot. ap. (1921-1998)
Lavanda delle mani da parte dei fabbriceri. 

Basilica di Grado (GO) mons. Silvano Fain prot. ap. (1921-1998)
Secondo Nabuco [104] - riguardo le modalità di celebrare i pontificali per questa classe di protonotari - nella seconda metà dell’Ottocento venne a instaurarsi una novità nel costume liturgico: tale classe di protonotari non pontifica infatti al faldistorio ma siede allo scanno al modo dei sacerdoti [105]. L’ornato delle insegne è costituito da un galloncino di colore giallo, utilizzano una sola mitria che è damascata con le frange delle infule di colore rosso. Si tratta sostanzialmente di una messa solenne sacerdotale con l’uso delle insegne (nella quale non si fa uso del gremiale) e con la possibilità di partecipazione del sacerdote assistente (eccetto nelle cattedrali e in presenza del vescovo).

Conclusione.

Ogni cerimonia descritta, così come ogni uso, gesto e insegna peculiare che abbiamo illustrato o menzionato, sarebbe meritevole di approfondite analisi a tutto tondo che non tralascino i diversi aspetti che le riguardano e caratterizzano, da quelli storici a quelli che concernono il significato teologico ed ecclesiologico.

Un’analisi così impostata, ovviamente, tracimerebbe dai limiti e dalla struttura di questo scritto inteso – fino dai dichiarati intenti iniziali e dal titolo stesso – a compendiare caratteri e peculiarità della messa celebrata nella ‘forma pontificale’ (o meglio nelle ‘forme pontificali’).

Osservare la cerimonialità legata alle messe pontificali senza dubbio ci permette di cogliere un tratto essenziale della liturgia ovvero l’aspetto ecclesiologico di manifestazione dell’ordine gerarchico della Chiesa orientato - in una prospettiva del tutto verticale - verso il culto dell’Altissimo. Muovendoci sempre da questa osservazione ci è dato di comprendere di come questo scopo ultimo si traduca in un linguaggio - alle volte piuttosto complesso e composito - di segni, gesti e simboli volti a esplicitare la finalità ultima.

La centralità della cattedra quale segno di giurisdizione e quindi il suo uso o il suo non uso, l’uso delle insegne, i ruoli precisi della gerarchia nel compimento del rito, visti e considerati in questa ottica, cessano di essere fraintesi e relegati a un ruolo ornamentale e marginale ma assumono un’importanza centrale di manifestare  e significare la Chiesa militante ordinata e orientata al culto, un culto che ha il suo riferimento e suo alto esempio  in quello celeste. È in questa prospettiva che sicuramente la puntuale e meticolosa esecuzione delle cerimonie assume la sua dimensione più vera, così come l’esatta e scrupolosa osservanza delle norme mondata da creazioni personalistiche – che abbiamo auspicato in premessa – finisce con l’essere una traduzione esteriore di una comprensione più profonda, consapevole ed autentica.

La liturgia pontificale va compresa, infine, nella sua esemplarità: essa non è l’ipertrofizzazione e l’amplificazione in termini di magnificenza di una liturgia più “semplice” ma il movimento e il processo di formazione avvengono esattamente in direzione contraria: dalla messa papale deriva l’“adattamento” a spazi e ambiti della cattedrale diocesana e questa irradia il suo esempio plasmando e modellando la liturgia presbiterale. Addentrarsi e capire la liturgia pontificale sicuramente fornisce chiavi di lettura e suggerisce indirizzi di ricerca che possono portare a interessanti conclusioni. Certamente – pur muovendosi con questi presupposti – non si ha la pretesa di esaurire argomenti così complessi.

In questo scritto, inoltre, mi sono limitato alla sola celebrazione della messa: sarebbe necessario un lavoro di lettura intrecciata in particolare del Caeremoniale episcoporum e del Pontificale Romanum per iniziare a comprendere l’immagine di una società volta alla santificazione del tempo, degli spazi e delle cose degli uomini in una dimensione di tensione verticale tipica di quella che è la ‘cristianità’ intesa nella sua accezione più piena, ampia e completa.

Francesco G. Tolloi








Note:
[94] Celebre il privilegio dei pontificali del custode francescano di Terra Santa.
[95] Spesso ci sono diversificazioni che caratterizzano i loro pontificali specie in seno alle diverse congregazioni benedettine, abati godenti di privilegi pontificali sono riscontrabili anche in altri ordini ad esempio i cistercensi e i premostratensi che però utilizzano una liturgia propria differente dalla romana, cfr. A. KING, Liturgies of Religious Orders, London-New York-Toronto, Longmans, 1955.
[96] Delle cerimonie di questi trattò ampiamente - nell’occasione della concessione del titolo di abbazia ad honorem alla parrocchiale di Piove di Sacco (diocesi di Padova) all’epoca del sommo pontificato di Leone XIII – il sacerdote F. GIACOMELLO, Cerimoniale per le funzioni degli abbati mitrati, Padova, Antoniana, 1901, il quale attinge a piene mani a P. MARTINUCCI, Manuale … cit., in particolare dal libro VIII (1879).
[97] Si noterà in questa proibizione di un trono fisso ancora una volta l’importanza attribuita alla cathedra del vescovo diocesano; all’inizio del Novecento si assiste a un mitigarsi del rigore della disciplina in questa fattispecie. A tale proposito SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Decreto 3 febbraio 1907 in «Acta Sanctae Sedis», Romae, Libreria Editrice Vaticana, 41 (1908), p. 344. Il trono può anche essere fisso e poggiare su tre gradini ma deve essere tolto l’ornamento al di fuori delle funzioni pontificali. Il contenuto del decreto citato viene assunto e ripreso nella legislazione canonica del 1917 (cfr. canoni 325 e 625 Codex Iuris Canonici 1917). Sulla questione: I. NABUCO, Ius Pontificalium…, cit., pp. 277-278.
[98] SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Decreto 27 settembre 1659 n. 1131, in Decreta Authentica …,  cit., I, p. 232 e ss.. I. NABUCO, Ius Pontificalium,cit p. 80,  lamenta la mancanza di normativa successiva e ne formula gli auspici per una revisione, L. GROMIER, Commentaire, cit. p. 136  ci ricorda che “ Les abbés n’ont pas d’autre statut que le décret les regardant, promulgué par Alexandre VII en 1659. […] Quoi qu’en disent certains, du reste sans preuve, il n’est nullement périmé, nullement contredit ni infirmé par le Codex Juris Canonici.”. Probabilmente dietro questi “certains” è da intendersi anche il Nabuco che tradisce una visione piuttosto restrittiva dei privilegi pontificali abbaziali.
[99] F. GIACOMELLO, Cerimoniale cit., p. 10 fornisce le misure di questo velo sempre bianco anche quando la funzione preveda un altro colore liturgico; esso ha una larghezza di 10 centimetri per una lunghezza di 20.
[100] PIO X, Motu proprio Inter multiplices curas, 21 febbraio 1905, in «Acta Sanctae Sedis», Romae, Libreria Editrice Vaticana, 37 (1904-5), pp. 491-512.
[101] Sui pontificali dei protonotari apostolici delle diverse classi, a tenore del motu proprio “Inter moltiplices”, vedi G.B.M. MENGHINI, Ritus in Pontificalibus celebrandis a Protonotariis Apostolicis servandus, in «Ephemerides Liturgicae», Romae, Desclée, XXIII (1908), pp. 111-118; 259-266; 365-378; 483-485  e anche B. FAVRIN, Praxis…, cit. pp. 113-139.
[102] Sostanzialmente nei momenti in cui il vescovo adopera quella preziosa mettono l’aurifregiata e quando il vescovo mette quest’ultima usano la semplice.
[103] Fanno eccezione i canonici delle tre basiliche patriarcali vaticana, lateranense e liberiana che sono per l’appunto protonotari apostolici soprannumerari: costoro, non potendo pontificare nei territori dell’Urbe fruiscono del privilegio ovunque fuori di questa.
[104] L’innovazione del “pontificale allo scanno” si ebbe durante il pontificato  del beato Pio IX : PIO IX, Costituzione Apostolica Apostolicae Sedis Officium, 29 agosto 1872, in «Sanctae Sedis», Romae, Poliglotta Vaticana, 7 (1892-93), 1905, pp. 91-100., cfr  I. NABUCO, Ius Pontificalium, cit. pp. 326 e s.. Sulla evoluzione della normativa si veda ancora Idem, pp. 73-79.
[105] Specificatamente dedicato ai protonotari ad instar partecipantium: R. ADDA, Il cerimoniale del protonotario apostolico ad instar partecipantium, Vicenza, San Giuseppe, 1932.

(4) La Messa Pontificale. Tipologie - Caratteristiche - Peculiarità. (Messa Pontificale dei Cardinali nell'Urbe e Assistenza del Papa)


Messa Pontificale dei Cardinali nell'Urbe e Assistenza del Papa.

In virtù della dignità principesca il cardinale può celebrare ovunque al trono. Tale privilegio trova, però, il suo limite nell'Urbe, la città di Roma sede del papato: ivi la serie di casi che possono verificarsi è assai accuratamente regolamentata e rigorosamente ordinata e disciplinata, talché ritengo è utile soffermarsi su talune peculiarità. Anzitutto, il sacro collegio conosce al suo interno una distinzione gerarchica in tre ordini: cardinali vescovi, preti, diaconi. Gli eminentissimi padri del primo ordine hanno i titoli delle storiche sette diocesi suburbicarie (Ostia, Albano, Frascati, Palestrina, Porto-Santa Rufina, Sabina-Poggio Mirteto, Velletri-Segni); i secondi hanno i titoli presbiterali delle chiese dell'Urbe, gli ultimi le diaconie delle medesime [56].

Ciascun cardinale prete nel suo titolo o diacono nella propria diaconia possono erigere il trono [57], nelle altre chiese di Roma non possono usare il trono, se non per espressa licenza dal sommo pontefice, oppure qualora sia loro ceduto da un altro cardinale il trono della di lui diocesi (mi riferisco alle citate sedi suburbicarie), titolo o diaconia. I cardinali preti nel proprio titolo pontificano al modo dei vescovi nelle loro cattedrali con l'esclusione del settimo candeliere e della benedizione con l'indulgenza dopo l'omelia [58]; quando occorresse l'assistenza pontificale, questa viene usualmente compiuta in cappa.
Il cardinale R. Merry del Val nel suo titolo (S. Prassede)

Nella loro diaconia, i cardinali diaconi, invece, non possono compiere alcun ufficio d'attribuzione presbiterale, quindi si limitano all'assistenza in cappa e alla fine della messa impartiscono la benedizione [59]. Quando non hanno diritto a erigere il trono, i cardinali nell'Urbe pontificano al faldistorio, sostanzialmente come i vescovi fuori dai confini diocesani portando però il pastorale, eccetto alle cappelle papali e cardinalizie e nelle basiliche patriarcali (a meno che non sia previsto in una delle funzioni del Pontificale romanum).

Sarà non superfluo accennare che cosa si intenda per cappella papale e cappella cardinalizia, nelle quali occasioni il sacro collegio espleta la sua funzione liturgica precipua. La locuzione cappella papale sta ad indicare una solenne funzione, generalmente messa o vespri, che prevede la celebrazione, o l'assistenza del sommo pontefice [60] nella cappella dei palazzi apostolici, oppure nelle basiliche o chiese, con l'intervento del collegio cardinalizio, dei vescovi, dei prelati e quanti a diverso titolo abbiano a partecipare alla cappella stessa.
Cappella papale alla Sistina. (D. Mucci)

Per cappelle cardinalizie, invece, si intendono le funzioni pontificali celebrate fuori dalle cappelle palatine cui assista tutto il sacro collegio o un gruppo di cardinali (p.e. i membri di una congregazione), senza che sia necessario l'intervento di vescovi ed altri prelati. Con la medesima denominazione si suole indicare anche la partecipazione dei membri del sacro collegio ai vespri di alcune solennità nelle basiliche patriarcali nelle quali vi è il trono e l'altare papale [61], dietro invito dei cardinali arcipreti delle medesime. Per sottolineare lo stretto legame esistente tra le basiliche patriarcali e la persona del sommo pontefice gioverà ricordare che nelle stesse un cardinale, sia pure lo stesso arciprete della basilica, in nessun caso adopera il pastorale (a meno che non sia espressamente richiesto in particolari funzioni indicate dal Pontificale Romanum) e non può incedere benedicendo, né concedere indulgenze.

Le cappelle papali, come detto, si possono compiere anche alla presenza del sommo pontefice che assiste rivestito del manto, un piviale ampio nelle forme e con lo strascico che può essere o di colore bianco o di colore rosso, [62] fermato davanti al petto dal formale. La messa è celebrata pontificalmente al faldistorio da un cardinale o da un vescovo con le modalità sopra descritte (senza fare uso della palmatoria) e con alcune peculiarità che derivano dalla assistenza attiva del domnus apostolicus. Questa forma di assistenza è considerata dal Nabuco il modello e l’antesignana dell’assistenza al trono in piviale del vescovo, di cui abbiamo scritto, della quale, quest’ultima non sarebbe che un adattamento e un’innovazione del Caeremoniale tridentino [63].

Il papa è assistito al trono dal più anziano dei cardinali dell’ordine dei preti che funge da presbyter assistens e da due cardinali diaconi. Essi compiono i loro uffici rivestiti della cappa e con lo zucchetto essendo le loro berrette cardinalizie custodite dai rispettivi caudatari. L’assistenza come sacri ministri al cardinale o vescovo officiante, è prestata da canonici delle basiliche patriarcali: il canonico di S. Giovanni in Laterano funge da presbyter assistens, quello di S. Pietro funge da diacono e quello di S. Maria Maggiore ministra come suddiacono [64] quando debbano sedersi durante la messa (es. al Gloria) lo fanno sul gradino dell’altare verso il lato dell’epistola.
Schema della cappella papale alla Sistina.

Nell’attesa del papa il celebrante siede al faldistorio avendo accanto a sé i sacri ministri in piedi. Il papa giunge parato del manto – indossato nella sala dei paramenti – e cinto della falda, il suo capo è coperto con la mitria. Giunto in presbiterio il papa benedice l’officiante, i suoi ministri e i presenti; levata la mitria dal secondo cardinale diacono (il quale la consegna al decano rotale deputato alla custodia della stessa [65]) si pone in ginocchio e prega per qualche momento. 

Il papa, una volta levatosi in piedi, principia la messa recitando le preghiere ai piedi dell’altare alternandole con il celebrante che risponde stando alla sinistra del sommo pontefice. Il celebrante prende il manipolo all’ Indulgentiam e prosegue le orazioni con i suoi sacri ministri, mentre il papa, raggiunto dai cardinali diaconi assistenti, le recita con questi ultimi. Terminate le preghiere ai piedi dell’altare il papa riceve la mitria dal primo cardinale diacono assistente e si porta al trono benedicendo nel tragitto.

Appena il sommo pontefice si mette a sedere i cantori eseguono il Gloria Patri dell’introito [66], a questo punto inizia il rito dell’“obbedienza”. I cardinali vescovi, seguiti dai cardinali preti e quindi dai cardinali diaconi, muovendosi dal loro posto con le cappe sciolte, si portano in mezzo all’altare ove fanno inchino profondo. Ripetono l’inchino una volta giunti ai piedi del trono, baciano la mano destra al sommo pontefice che la tiene celata sotto i lembi del manto, si congedano salutando nuovamente il papa con un inchino e chinandosi anche ai cardinali diaconi assistenti, quindi scendono per il lato destro dei gradini. Quando tocca prestare obbedienza al cardinale primo prete (che officia come presbyter assistens del papa) questi, anziché tornare con gli altri del suo ordine, si porta alla destra del papa e ministra per l’imposizione dell’incenso. 
San Giovanni XXIII riceve l'obbedienza (Basilica Laternanense).

Una volta infuso e benedetto l’incenso il turibolo viene rimesso al diacono che lo recherà al celebrante. Il rito dell’obbedienza prosegue, il primo cardinale prete si reca al suo stallo; all’altare il celebrante effettua l’incensazione more solito mentre i cantori eseguono il Kyrie.

Finita l’obbedienza dei cardinali dell’ordine dei preti è la volta dei cardinali dell’ordine diaconale preceduti dai due che fungono da diaconi assistenti al papa, essi sono gli unici a non sciogliere la cappa per compiere tale rito [67], una volta compiuto ritornano immediatamente ad assistere il sommo pontefice ai suoi lati. Compiuta anche da tutti i cardinali diaconi l’obbedienza, un cerimoniere accompagna il cardinale prete assistente dal suo stallo ai piedi del trono. Ivi riceve in ginocchio il turibolo e incensa il sommo pontefice con tre tratti doppi; il papa riceve l’incensazione stando seduto con la mitria in capo mentre i cardinali diaconi assistenti gli reggono le fimbrie del manto onde consentirgli di avere agio nel tracciare il segno di croce per benedire il cardinale prete assistente una volta ricevuta la turificazione.
Pio XI assiste alla cappella nell'anniversario dell'incoronazione (12/02/1930)



Il venerabile Pio XII assiste alla cappella del giovedì santo.
I cardinali si dispongono in circolo per assistere il papa durante la lettura dell’introito e la recita del Kyrie e del Gloria. Il papa legge l’introito dal libro rischiarato da una candela ricurva (che sostituisce la palmatoria), essi sono sostenuti da due arcivescovi o vescovi assistenti al soglio [68]. Terminata la recita del Gloria il papa benedice i cardinali che, sciolto il circolo, ritornano ai loro stalli. 
San Paolo VI assiste al trono (Basilica Vaticana)

Il celebrante canta l’orazione – con le modalità proprie della messa pontificale al faldistorio - dal messale sostenuto da un accolito ceroferario [69]; il suddiacono – premessa la genuflessione all’altare e al papa – proclama l’epistola terminata la quale va a baciare il piede al sommo pontefice.

Come normalmente avviene alle messe pontificali al faldistorio il suddiacono si porta presso il celebrante per sostenere il libro durante la lettura privata dell’epistola, brani interlezionali e vangelo. Frattanto i cantori danno principio al canto del graduale, mentre il papa legge gli stessi brani dal libro sostenuto dall’assistente al soglio accompagnato da un altro che regge la candela [70]. Il diacono, recato l’evangelario sulla mensa, va a baciare il piede al papa che lo benedice; si reca nuovamente all’altare per recitare il Munda cor meum in ginocchio. Levatosi in piedi si porta ai piedi del trono per chiedere la benedizione al papa avendo il suddiacono alla sua sinistra ed essendo accompagnato dagli accoliti ceroferari e dal turiferario. Diacono e suddiacono con ceroferari e turiferario si dispongono per il canto del vangelo al termine del quale il suddiacono porta a baciare l’inizio del testo al papa. Il papa riceve l’incensazione stando in piedi senza mitria dal cardinale prete assistente.

A questo punto ha luogo il sermone, l’oratore è designato a seconda della circostanza. L’oratore bacia il piede al papa e chiede ad esso la benedizione, fa petizione quindi dell’indulgenza con la formula “Indulgentias Pater Sancte”, il papa comunica il numero dei giorni concessi. L’oratore, salito su un piccolo pulpito, recita in ginocchio l’Ave Maria prima di principiare la lettura del sermone [71].

Terminata l’omelie il diacono ai piedi del trono canta il Confiteor, genuflettendo nel pronunciare le parole “tibi pater” e “te pater”. L’oratore proclama la formula dell’indulgenza, il papa quindi – cantata la formula “Precibus et meritis” – impartisce la benedizione.

Il Credo non presenta nello svolgimento cerimoniale vistose differenziazioni rispetto a quanto detto per il Gloria [72]. Il celebrante, lavatesi le mani, riceve la benedizione dal papa e sale all’altare per compiere l’offertorio durante il quale il suddiacono – prima di mettere qualche goccia d’acqua nel calice – stando in ginocchio leva l’ampolla in direzione del sommo pontefice che la benedice. L’incenso è imposto e benedetto dal papa ministrato dal cardinale prete assistente. Incensato l’altare, il diacono – una volta turificato il celebrante – porta il turibolo al trono ai piedi del quale il cardinale prete assistente incensa il papa seduto e coperto con la mitria postagli dal cardinale diacono assistente. Il diacono riceve nuovamente il turibolo e prosegue l’incensazione: turifica il cardinale prete assistente, i due cardinali diaconi assistenti quindi il resto del collegio cardinalizio. Il diacono avrà l’accortezza di trovarsi nel mezzo del presbiterio per chinarsi alle parole “Gratias agamus” del dialogo introduttivo del prefazio. Prosegue l’incensazione dei patriarchi, arcivescovi, vescovi assistenti al soglio e degli altri che presenziano alla cappella.

Appena i cantori intonano il Sanctus, l’incensazione è troncata e i cardinali si saranno portati al trono papale per disporsi in circolo e recitare con il sommo pontefice il Sanctus. Compiuta la recitazione del Sanctus, il papa, col capo coperto con la mitria, si reca con i suoi assistenti in mezzo al presbiterio. Ivi i chierici della cappella hanno posto un faldistorio innanzi il quale il papa - stando genuflesso e a capo scoperto – assiste alla consacrazione durante la quale non si danno i segnali con il campanello [73].

Terminata l’elevazione, il papa – riprendendo lo zucchetto per mano del cerimoniere e la mitria per mezzo del primo cardinale diacono assistente – fa ritorno al trono. All’ Agnus Dei i cardinali si dispongono nuovamente in circolo ai piedi del trono papale e recitano anche questa parte della messa.

Terminato l’Agnus Dei i cardinali genuflettono all’altare e – prendendo congedo dopo aver ricevuto la benedizione del papa – tornano al loro posto. Il cardinale primo prete assistente, con lo strascico della cappa sciolto, si reca all’altare per porsi in ginocchio sul bordo della predella alla destra del celebrante che dice l’orazione “Domine Jesu Christe qui dixisti”. Terminata l’orazione si leva, bacia la mensa simultaneamente al celebrante e, da questi, riceve la pace. Il cardinale prete assistente porta la pace al papa e si reca al suo stallo ove è raggiunto dal presbyter assistens e con esso scambia l’abbraccio di pace. Frattanto i due cardinali diaconi assistenti – premessa genuflessione all’altare – salgono al cospetto del sommo pontefice per ricevere la pace. Il presbyter assistens porta la pace al cardinale decano (o primo dei cardinali vescovi presenti), al secondo dei cardinali preti, al primo dei cardinali diaconi, quindi ai primi dei patriarchi, arcivescovi e vescovi assistenti al soglio. Dà la pace al cerimoniere che lo ha accompagnato indicandogli l’ordine da seguire e fa ritorno all’altare ove trasmette la pace ai sacri ministri. Il cerimoniere offre l’osculum pacis ad altri (p.e. il decano rotale e il primo maestro delle cerimonie) i quali fanno in modo di trasmettere la pace a tutti i partecipanti della cappella.

La messa prosegue ordinariamente, dopo l’Ite missa est, il sommo pontefice – avendo innanzi l’uditore rotale crocifero – impartisce la benedizione. Il celebrante principia l’ultimo vangelo e si porta con i suoi ministri in sacrestia a levare i paramenti. Il papa, sceso dal trono, benedice il sacro collegio, prega al faldistorio, quindi sortisce con le stesse modalità con cui aveva fatto ingresso.








Note:
[56] Per la normativa sui cardinali si vedano SACRA CONGREGAZIONE CEREMONIALE, Norme ceremoniali per gli eminentissimi signori cardinali, Roma, Tipografia Poliglotta Vaticana, 1943.
[57] Detto trono differisce, anche nell'ornamentazione, da quello delle cattedrali ed è descritto al n. 60 di CONGREGAZIONE CEREMONIALE, Norme ceremoniali…, cit., p. 16.
[58] Cfr: Idem, p. 17.
[59] I. NABUCO, Ius pontificalium…, cit. p. 244 e s.
[60] Può anche accadere che il papa non intervenga, in tal caso l'officiante è usualmente un patriarca o un arcivescovo o vescovo assistente al soglio o un cardinale dei primi due ordini.
[61] Si tratta, nell’Urbe, della basilica Lateranense del Ss. Salvatore (S. Giovanni in Laterano), di S. Pietro in Vaticano, Liberiana di S. Maria Maggiore e Ostiense ovvero S. Paolo fuori le mura, la festa della cui rispettiva dedicazione si celebra nel Calendario universale del rito romano. Il principio secondo cui nelle basiliche patriarcali l'altar maggiore è riservato per diritto esclusivo al Sommo Pontefice trovasi enunciato da PIO XI, Litt. Ap. Omnium Urbis et orbis, 22 oct. 1924, in «Acta Apostolicæ sedis», 16, 1924, p. 451: "continens enim est traditio, quod supra Basilicarum Urbis, quae Patriarchales ac Papales nuncupantur, Altare maius solus Pontifex Romanus sollemnia egerit, ...". Due sono le basiliche patriarcali fuori dall’Urbe ovvero la chiesa assisiense di S. Francesco e la chiesa di S. Maria degli Angeli della Porziuncola. Entrambe sono dotate di cerimoniale proprio (Caeremoniale Benedicti XIV Pontificis Maximi jussu editum pro Basilica Assisiensi Sancti Francisci in patriarcalem et cappellam papalem erecta, Romae, Salomoni, 1754 e Caeremoniale Patriarchalis Basilicae et Cappellae Papalis Sanctae Mariae Angelorum de Portiuncula, a summo Pontifice Benedicto XV approbatum, Romae, Nazionale, 1926. Sull’argomento v.: I. NABUCO, Ius Pontificalium, cit. pp. 234-235.
[62] I. NABUCO, Ius pontificalium, cit. p. 5 e 188. Il papa non presta assistenza in cappa alla messa ma “[…] semper est mitratus et pluviali indutus” : cfr.: D. MAGRI, Hierolexicon sive sacrum dictionarium, Venetiis, Balleonium, 1712, p. 599. L’uso della cappa da parte del papa in altre circostanze è venuto meno nel corso dell’Ottocento segnatamente all’epoca del beato Pio IX. Fino a quel tempo il sommo pontefice faceva uso di due cappe diverse di colore rosso una di velluto e una di sargia di lana (usata per intervenire all’ufficio dei defunti e per l’ufficiatura delle tenebre), cfr. F. X. BARBIER DE MONTAULT, Le costume et les usages ecclésiastiques, Paris, Letzouzey et Ané, s.d. [1900], I, p. 361.
[63] I. NABUCO, La liturgie papale, cit. p. 296 e s..
[64] Cfr.: G. MORONI, Le Cappelle Pontificie Cardinalizie e Prelatizie, Venezia, Emiliana, 1841, p. 30; I. BOURGET, Cérémonial des Évêques, cit. p. 73; F. CANCELLIERI, Descrizione delle Cappelle Pontificie e Cardinalizie di tutto l’anno, Roma, Salvioni, 1740, p. 113 e s..
[65] Gli uditori rotali sono prelati domestici di sua santità fruenti dei privilegi dei protonotari apostolici de numero partecipantium, essi sono suddiaconi apostolici. Ad essi spettano particolari uffici durante le funzioni papali. Il primo porta la mitria o la tiara usuale, al secondo ed al terzo spetta sostenere la falda, il quarto ministra come suddiacono, il quinto porta il manutergio, il sesto porta il pallio, il settimo (il “juniore”) compie l’ufficio di crocifero. Cfr. NABUCO, Ius pontifcalium…cit. p. 28 e s..
[66] A. ADAMI DA BOLSENA, Osservazioni per ben regolare il coro dei cantori della cappella pontificia, Roma, de’ Rossi, 1711, p. 7. L’opera riporta interessanti informazioni sugli usi delle cappelle cardinalizie e pontificie.
[67] G. MORONI, Le cappelle…, cit. p. 165 e s.; SACRA CONGREGAZIONE CEREMONIALE, Norme ceremoniali…, cit. p. 9.
[68] Il messale che utilizza il papa è riposto su un apposito leggio ubicato presso gli stalli ove siedono i due prelati (arcivescovi o vescovi assitenti al soglio) che fungono da portainsegne, dentro questo speciale leggio è celato altresì il lume dal quale si accende – al momento dell’utilizzo – la candela ricurva. Questo leggio è chiamato “credenzino” o “pulpitino”. Cfr. G. MORONI, Le cappelle…, cit. p. 166 e anche F. CANCELLIERI, Descrizione delle cappelle…, cit. p. 120.
[69] Cfr. G. MORONI, Le cappelle…, cit. p. 166.
[70] Secondo il Messale del 1962, come è stato ricordato, non vi è la lettura privata dell’epistola e del vangelo (cfr. nota 26).
[71] Per una descrizione particolareggiata: F. CANCELLIERI, Descrizione delle cappelle…, cit. p. 122.
[72] G. MORONI, Le cappelle…, cit., p. 172, testimonia l’uso dei sommi pontefici di comunicare – durante l’epistola, dopo il vangelo o dopo il Credo – ad un arcivescovo o vescovo la sua nomina ad assistente al soglio per mezzo del maestro delle cerimonie. Il neonominato, fatta genuflessione all’altare e al papa, va a prendere posto immediatamente con i suoi nuovi compagni.
[73] Cfr. A. KING, Liturgy of the Roman Rite … cit., p. 399; va ricordato che non si usa l’organo alla messa del papa e al cospetto dello stesso quale conservazione di un tratto di particolare arcaicità, in tal senso G. BONA, De divina psalmodia, Coloniae Agrippinae, Demen, 1677, p. 601, e ancora G. MORONI, Le cappelle … cit.. p. 32.