lunedì 31 ottobre 2016

Trieste, 2 novembre 2016: messa per la commemorazione dei defunti.



Ormai è divenuta consuetudine che, nella centralissima chiesa parrocchiale triestina della B.Vergine del Soccorso (vulgo S.Antonio vecchio), nella ricorrenza della commemorazione di tutti i fedeli defunti, una delle sante messe, precisamente quella serale, venga celebrata secondo la "forma extraordinaria" del rito romano ossia con l'antico messale. Così anche quest'anno, mercoledì 2 novembre alle ore 18,30 sarà cantata la santa Messa, il canto gregoriano sarà sostenuto dalla schola gregoriana del "Coro Albarda" (direzione e organo Riccardo Cossi, organista titolare della parrocchia).

Alla messa seguirà la tradizionale "absolutio"  cantata al tumulo, popolarmente detto "catafalco". Proprio l'anno scorso alcuni volonterosi parrocchiani si sono adoperati per costruire il tumulo, quello storico della parrocchia purtroppo era andato perduto. Nelle intenzioni dell'Amministratore parrocchiale don Paolo Rakic c'era l'idea di riproporre questo segno della tradizione liturgica anche per la pietà di quei fedeli anziani che per la loro età o debolezza non potrebbero raggiungere le tombe dei loro cari magari lontane.

Castrum doloris storico della B.V. del Soccorso (TS) *


Il nuovo Castrum doloris eretto nella
navata nei pressi dell'altare privilegiato del Crocifisso

L'absolutio (celebrazione dei morti del 2 novembre 2015)
_______________________________________________________
* Avevo reperito questa immagine tramite qualche social network o qualche forum, nel caso ci fossero diritti sulla stessa mi potete contattare tramite email (francesco.tolloi@gmail.com)

domenica 2 ottobre 2016

Il transito di san Francesco nella tradizione liturgica francescana.


Gli ultimi momenti di san Francesco

Volgeva ormai al termine la giornata del 3 ottobre del 1226 quando il diacono Francesco, profondamente indebolito nel corpo lacerato dalla malattia che vulnerò la sua vista, segnato indelebilmente con le Stigmate della Passione del Cristo alla cui sequela si era adoperato, rendeva la sua anima – temprata  dall’austerità di vita, forgiata dalla carità e alimentata dalla lode incessante  - al Signore.

Ma come si susseguirono quei momenti supremi nei quali il Serafico Padre si appressava ad andare incontro a “sora nostra morte corporale”  che si susseguivano alla Porziuncola? È infatti proprio alla Porziuncola che Francesco, percependo con nitore l’abbreviarsi del suo cammino terreno, il luogo che egli scelse di farsi portare dai suoi frati, quel piccolo e semplice  sacro luogo da lui stesso riparato e restaurato affidatogli dai benedettini  ove – tra le altre cose -   fondò, affidandola alla protezione della Madre di Dio, la famiglia dei Minori.

Giotto: Il Transito di san Francesco


San Bonaventura da Bagnoregio – il “doctor seraphicus” amico dell’Aquinate -  nella sua Legenda Major  ci restituisce un ampio e dettagliato resoconto che qui ritengo di fare cosa utile nel riportarlo.

«Finalmente, avvicinandosi il momento del suo transito, fece chiamare attorno  sè tutti i frati del luogo e, consolandoli della sua morte con espressioni carezzevoli, li esortò con profondo affetto all’amore di Dio.

Si diffuse a parlare sulla necessità di conservare la pazienza, la povertà, la fedeltà alla santa Chiesa romana, ma ponendo sopra tutte le altre norme il santo Vangelo.


Mentre tutti i frati stavano intorno a lui, stese sopra di loro le mani, intrecciando le braccia in forma di croce (giacché aveva sempre amato questo segno) e benedisse tutti i frati, presenti ed assenti, nella potenza e nel nome del Crocifisso.

Inoltre aggiunse ancora: “State saldi, o figli tutti, nel timore del Signore e perseverate sempre in esso! E, poiché sta per venire la tentazione e la tribolazione, beati coloro che persevereranno nel cammino iniziato! Quanto a me, mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla Sua grazia!”

Terminata questa dolce ammonizione, l’uomo a Dio carissimo, comandò che gli portassero il libro dei Vangeli e chiese che gli leggessero il passo di Giovanni, che incomincia: “Prima della festa di Pasqua... (Gv. 13, 1)”.

Egli, poi, come poté, proruppe nell’esclamazione del salmo: “Con la mia voce al Signore io grido; con la mia voce il Signore io supplico” e lo recitò fin al versetto finale: “Mi attendono i giusti, per il momento in cui mi darai la ricompensa”.

Quando, infine, si furono compiuti in lui tutti i misteri, quell’anima santissima, sciolta dal corpo, fu sommersa nell’abisso della chiarità divina e l’uomo beato s’addormentò nel Signore.

Uno dei frati e discepoli vide quell’anima beata, in forma di stella fulgentissima, sollevarsi su una candida nuvoletta al di sopra di molte acque e penetrare diritta in cielo: nitidissima, per il candore della santità eccelsa e ricolma di celeste sapienza e di grazia, per le quali il Santo meritò di entrare nel luogo della luce e della pace, dove con Cristo riposa senza fine. » [1]

Il resoconto di Tommaso da Celano in Vita Secunda ci riporta altri dettagli, ragione per la quale ritengo opportuno riportarlo :

« Alla morte dell’uomo - dice il saggio - sono svelate tutte le sue opere. È appunto ciò che vediamo gloriosamente compiuto nel Santo. Percorrendo con animo pronto la via dei comandamenti di Dio, giunse attraverso i gradi di tutte le virtù alla più alta vetta, e rifinito a regola d’arte, come un oggetto in metallo duttile, sotto il martello di molteplici tribolazioni, raggiunse il limite ultimo di ogni perfezione. Fu allora soprattutto che brillarono maggiormente le sue mirabili azioni, e rifulse chiaramente alla luce della verità che tutta la sua vita era stata divina, quando, dopo aver calpestato le attrattive di questa vita mortale, se ne volò libero al cielo. Infatti, dimostrò di stimare una infamia vivere, secondo il mondo, amò i suoi sino alla fine, accolse la morte cantando. Quando sentì vicini gli ultimi giorni, nei quali alla luce effimera sarebbe succeduta la luce eterna, mostrò con l’esempio delle sue virtù che non aveva niente in comune con il mondo. Sfinito da quella malattia così grave, che mise termine ad ogni sua sofferenza, si fece deporre nudo sulla terra nuda, per essere preparato in quell’ora estrema, in cui il nemico avrebbe potuto ancora sfogare la sua ira, a lottare nudo con un avversario nudo. In realtà aspettava intrepido il trionfo e con le mani unite stringeva la corona di giustizia. Posto così in terra, e spogliato della veste di sacco, alzò, come sempre il volto al cielo e, tutto fisso con lo sguardo a quella gloria, coprì con la mano sinistra la ferita del lato destro, perché non si vedesse. Poi disse ai frati: “Io ho fatto il mio dovere; quanto spetta a voi, ve lo insegni Cristo!”.

A tale vista, i figli proruppero in pianto dirotto e, traendo dal cuore profondi sospiri, quasi vennero meno sopraffatti dalla commozione. Intanto, calmati in qualche modo i singhiozzi, il suo guardiano, che aveva compreso per divina ispirazione il desiderio del Santo, si alzò in fretta, prese una tonaca, i calzoni ed il berretto di sacco: “Sappi - disse al Padre - che questa tonaca, i calzoni ed il berretto, io te li do in prestito, per santa obbedienza! E perché ti sia chiaro che non puoi vantare su di essi nessun diritto, ti tolgo ogni potere di cederli ad altri”. Il Santo sentì il cuore traboccare di gioia, perché capì di aver tenuto fede sino alla fine a madonna Povertà. Aveva infatti agito in questo modo per amore della povertà, così da non avere in punto di morte neppure l’abito proprio, ma uno ricevuto in prestito da altri. Aveva poi l’abitudine di portare in testa un berretto di sacco per coprire le cicatrici riportate nella cura degli occhi, mentre gli sarebbe stato necessario un copricapo di lana qualsiasi, purché fine e morbidissima.

Poi il Santo alzò le mani al cielo, glorificando il suo Cristo, perché poteva andare libero a lui senza impaccio di sorta. Ma per dimostrare che in tutto era perfetto imitatore di Cristo suo Dio, amò sino alla fine i suoi frati e figli, che aveva amato fin da principio. Fece chiamare tutti i frati presenti nella casa, e cercando di lenire il dolore che dimostravano per la sua morte, li esortò con affetto paterno all’amore di Dio. Si intrattenne a lungo sulla virtù della pazienza e sull’obbligo di osservare la povertà, raccomandando più di ogni altra norma il santo Vangelo. Poi, mentre tutti i frati gli erano attorno, stese la sua destra su di essi e la pose sul capo di ciascuno cominciando dal suo vicario: “Addio - disse - voi tutti figli miei, vivete nel timore del Signore e conservatevi in esso sempre! E poiché si avvicina l’ora della prova e della tribolazione, beati quelli che persevereranno in ciò che hanno intrapreso! Io infatti mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla sua grazia”. E benedisse nei presenti anche tutti i frati, ovunque si trovassero nel mondo, e quanti sarebbero venuti dopo di loro sino alla fine dei secoli.
Nessuno si usurpi questa benedizione, che impartì ai presenti per gli assenti. Come è stata riportata altrove, ha chiaramente qualche riferimento personale, ma ciò va piuttosto riferito all’ufficio.

Mentre i frati versavano amarissime lacrime e si lamentavano desolati, si fece portare del pane, lo benedisse, lo spezzò e ne diede da mangiare un pezzetto a ciascuno. Volle anche il libro dei Vangeli e chiese che gli leggessero il Vangelo secondo Giovanni, dal brano che inizia: Prima della festa di Pasqua ecc. Si ricordava in quel momento della santissima cena, che il Signore aveva celebrato con i suoi discepoli per l’ultima volta, e fece tutto questo appunto a veneranda memoria di quella cena e per mostrare quanta tenerezza di amore portasse ai frati.

Trascorse i pochi giorni che gli rimasero in un inno di lode, invitando i suoi compagni dilettissimi a lodare con lui Cristo. Egli poi, come gli fu possibile, proruppe in questo salmo: Con la mia voce ho gridato al Signore, con la mia voce ho chiesto soccorso al Signore. Invitava pure tutte le creature alla lode di Dio, e con certi versi, che aveva composto un tempo, le esortava all’amore divino. Perfino la morte, a tutti terribile e odiosa, esortava alla lode, e andandole incontro lieto, la invitava ad essere suo ospite: “Ben venga, mia sorella morte!”.

Si rivolse poi al medico: “Coraggio, frate medico, dimmi pure che la morte è imminente: per me sarà la porta della vita!”. E ai frati: “Quando mi vedrete ridotto all’estremo, deponetemi nudo sulla terra come mi avete visto ieri l’altro, e dopo che sarò morto, lasciatemi giacere così per il tempo necessario a percorrere comodamente un miglio”. Giunse infine la sua ora, ed essendosi compiuti in lui tutti i misteri di Cristo, se ne volò felicemente a Dio.

Un frate suo discepolo, assai rinomato, vide l’anima del padre santissimo salire direttamente al cielo. Era come una stella, ma con la grandezza della luna e lo splendore del sole, e sorvolava la distesa delle acque trasportata in alto da una nuvoletta candida.
Si radunò allora una grande quantità di gente, che lodava e glorificava il nome del Signore. Accorse in massa tutta la città di Assisi e si affrettarono pure dalla zona adiacente per vedere le meraviglie, che il Signore aveva manifestato nel suo servo. I figli intanto effondevano in lacrime e sospiri il pio affetto del cuore, addolorati per essere rimasti orfani di tanto padre. Ma la singolarità del miracolo mutò il pianto in giubilo e il lutto in esplosione di gioia. Vedevano distintamente il corpo del beato padre ornato delle stimmate di Cristo e precisamente nel centro delle mani e dei piedi, non i fori dei chiodi, ma i chiodi stessi formati dalla sua carne, anzi cresciuti con la carne medesima, che mantenevano il colore oscuro proprio del ferro, e il costato destro arrossato di sangue. La sua carne, prima oscura di natura, risplendendo di un intenso candore, preannunziava il premio della beata risurrezione. Infine, le sue membra divennero flessibili e molli, non rigide come avviene nei morti, ma rese simili a quelle di un fanciullo.
Era in quel tempo ministro dei frati della Terra di Lavoro frate Agostino. Da tempo aveva perduto l’uso della parola, ma, quando giunse all’ora della morte, gridò tutto ad un tratto: “Aspettami, Padre, aspetta! Ecco, ora vengo con te”. Tutti i presenti l’udirono e si chiedevano sorpresi a chi parlasse a questo modo. “Non vedete - rispose con sicurezza - il nostro padre Francesco, che va in cielo?”. E subito la sua anima santa, libera dalla carne, seguì il padre santissimo» [2].

Svolgimento della funzione.

All’altare del Serafico Padre è esposta la reliquia, ad esso si recano i frati portando in mano un cero acceso la vigilia della festa di san Francesco circa all’ora della sua morte o dopo il vespero, oppure il giorno stesso. Il celebrante indossa il piviale e, fatta la debita reverenza, impone l’incenso e lo benedice. Turifica la reliquia stando in piedi con due tratti doppi premettendo inchino profondo. I cantori principiano l’antifona O sanctissima anima ed intonano il Salmo 141 (Voce mea ad Dominum clamavi). Dopo il Gloria Patri e la ripetizione dell’Antifona, tutti – una volta spente le candele – si inginocchiano e recitano  cinque Pater, Ave e Gloria. Si alzano nuovamente e cantano l’antifona Salve Sancte Pater. Si inginocchiano nuovamente e due cantori cantano il versetto Franciscus pauper et humilis caelum dives ingreditur cui si risponde Hymnis caelestibus honoratur. Il solo celebrante si alza e canta l’Orazione, una volta conclusa con l’Amen, canta il Dominus vobiscum e i cantori eseguono il Benedicamus Domino. Il celebrante rinnova l’imposizione dell’incenso e, premesso un inchino profondo, incensa nuovamente la reliquia con la quale poi benedice gli astanti. Al termine la reliquia viene offerta alla venerazione mediante il bacio ai religiosi e ai fedeli.

Tale breve e semplice  funzione è descritta così dalle rubriche del Rituale dei minori nelle edizioni  in mio possesso e che ho consultato ossia quella del 1931, edita essendo ministro generale P. Bonaventura Marrani [3], e quella del 1955, licenziata alle stampe durante il mandato di P. Agostino Sépinski [4].

Le rubriche sono estremante doviziose ed esaustive, proprio per questo motivo, probabilmente, non si trovano riferimenti nel cerimoniale dell’Ordine [5], anzi, la mancanza in esso di qualsiasi cenno  alla cerimonia del Transito mi fa ritenere che talvolta essa venisse piegata o per lo meno influenzata dagli usi locali. Un volume di sacre cerimonie edito negli anni Quaranta del secolo scorso in seno alla Provincia Veneta dei Minori (ricordo che storicamente sul territorio esistevano due provincie: una “riformata” e l’altra “osservante”), si limita a fornire qualche indicazione brevissima nella parte dedicata alla benedizione con le reliquie [6].




Qualche variante rituale e origini.

Proprio nell’ambito degli usi locali correlati alla celebrazione del Transito di san Francesco, voglio ricordare il costume di aggiungere in alcuni conventi dei minori della Provincia veneta di Sant’Antonio (“osservanti”), e in special modo nei noviziati, il canto della Exortatio di san Francesco.
Il testo dell’Exortatio – breve ma denso ed incentrato sui capisaldi del messaggio francescano e all’ideale di penitenza e letizia - è sempre stato tenuto in somma considerazione nell’ambito dei francescani, tanto da comparire altresì nel corpo della Regola, dalla quale qui trascrivo la traduzione:

«Dilettissimi fratelli e figli in eterno benedetti, ascoltatemi, ascoltate la voce del vostro padre: Grandi cose abbiamo promesso, maggiori sono state promesse a noi. Osserviamo quelle, aspiriamo a queste. Breve è il piacere, eterna la pena. Piccolo il patire, infinita la gloria. Molti i chiamati, pochi gli eletti; tutti avranno la loro retribuzione. Amen. » [7]

La composizione della melodia è del frate nativo di Motta di Livenza (Tv) p. Leonardo Maria Bello appartenente a quella Provincia, egli – appassionato cultore di canto gregoriano – divenne Ministro Generale dei Minori e morì, in concetto di santità, nel 1944. Padre Leonardo musicò le parole del Serafico con una semplice e fluente melodia del V° modo gregoriano [8].


Quanto all’origine pare che il rito del Transito sia piuttosto recente. P. Eliseus Bruning – che negli anni della restitutio ad codicum fidei del canto gregoriano si occupò del repertorio dei Minori – opina che essa non sia da collocarsi che nel XVIII° secolo o al più tardi XVII°, a tale datazione muove considerando la presenza nei codici dell’Antifona O sanctissima anima (VI° modo) rinvenuta in testimoni di area francese e nelle Fiandre [9] . Lo stesso religioso e musicologo presenta un’altra versione di questa antifona, questa volta del II° modo, che è un adattamento dell’ Antifona O beatum virum della festa di san Martino (11 novembre) [10]. La stessa Antifona ho avuto modo di ritrovarla nel supplemento di canto ad uso dei Cappuccini – edito essendo ministro generale P. Giuseppe Antonio da Persiceto – e collocata proprio nell’ambito della celebrazione del Transito [11].



La funzione del Transito ebbe origine e crebbe nell’ambito delle devozioni dei religiosi francescani, e pur essendo – con ogni probabilità – in origine un mero esercizio di pietà, a decorrere dal XVIII° secolo inizia a comparire con sistematicità in appendice ai Breviari [12].

Relativamente all’uso di celebrare la funzione la sera del 3 ottobre o quella del 4 si trovano varie opzioni. Da Tenderini e Zordan apprendiamo che nei conventi di quella Provincia si celebrava la sera del 4 ottobre  [13], alla Porziuncola si celebrava indifferentemente  il 3 (dopo i primi Vesperi) o il 4 (dopo i secondi Vesperi) e ciò veniva stabilito sia dal costume dell’Ordine che dalla volontà del Cardinale Legato. Nella Patriarcale Basilica di Santa Maria degli Angeli, celebrati i Vesperi e tenuto il sermone ci si recava al sacello del Transito  in processione recando i ceri e la croce astile. Per il resto ci si regolava secondo il Rituale dell’Ordine [14]. Il Rituale tace dell’uso dei candelieri e della croce astile, e postula la presenza del solo celebrante parato con il piviale bianco [15], viene da chiedersi – celebrandosi la funzione del Transito senza soluzione di continuità con i Vesperi di come ci si regolasse circa la presenza dei pivialisti, ma di questo, al momento, non ho avuto modo di trovare cenno, testimonianza o menzione. La risposta che mi sembra più verosimile ed attendibile è che ci fosse un’ampia varietà locale: proprio la recenziorità di tale funzione liturgica potrebbe aver contribuito e determinato la permanenza di costumi locali essendo mancato un tempo sufficientemente lungo, tale da consentire un processo di unificazione, cristallizzazione ed uniformizzazione.

All’insegna di questa varietà voglio segnalare l’uso dei Recolletti appreso da un Rituale ottocentesco stampato ad Utrecht per i frati dell’ “Almae Provinciae Germaniae Inferioris” [16]. Qui la funzione si compie con l’assistenza del diacono e del suddiacono parati (che ovviamente non ministrano ai Vesperi), la reliquia è portata dal celebrante all’altare di san Francesco o a quello della Vergine, la “Regina Ordinis Minorum” (probabilmente in assenza di un altare dedicato al Serafico Padre) e collocata in loco eminentiori dal diacono.

Alla ripetizione dell’Antifona O sanctissima anima (della quale ho avuto modo di rinvenire una versione melodica diversa sviluppata nel V° modo gregoriano, indicato anche come XIII° “antiquitus” in una pressoché coeva edizione di canto fermo di area vicina) i più giovani tra i fratelli laici raccolgono le candele che sono state spente ed i Pater, Ave e Gloria sono recitati “brachiis extensis” [17]. Dopo il Benedicamus si suonano l’organo e le campane quasi a salutare l’anima di san Francesco che entra nella gloria del Paradiso.

Qualche breve parola circa i testi che compongono il Transito. Dell’Antifona O sanctissima anima che apre la funzione e precede e segue il salmo 141 ho già avuto modo di dire qualcosa. Il salmo 141 fu quello che accompagnò gli ultimi momenti terreni di san Francesco, nell’Ufficio esso è il quinto salmo del Vespero della Feria sexta [18].

Il ricorso all’utilizzo di questo salmo, assieme ad altri particolari, quali ad esempio le candele, il suono delle campane, per certi versi mi fanno ritenere che il Transito sia una sorta di “riproposizione drammatica”, dettata ed ispirata dalla devozione dei francescani, del supremo momento del Serafico Padre. Mi rafforza in questa convinzione una rubrica del già citato supplemento di canto dei Cappuccini e del loro Cerimoniale laddove si pone un’enfasi particolare alle parole “Educ de custodia” cantando le quali san Francesco spirò. Qui la rubrica recita: “magna devotione et gravitate cani oportet” [19]. Quanto alle candele spesso gli artisti che raffigurarono il Transito di san Francesco – ad esempio il sommo Giotto – non mancarono di rappresentare dei frati presso il capezzale del Serafico recanti dei ceri accesi. Il riferimento che ho fatto alle campane è estremamente ovvio giacché ab immemorabili sono state usate per annunciare sia la nascita che la morte dei fedeli cristiani.

Come detto seguono i Pater, Ave e Gloria e quindi si canta l’Antifona del II° modo Salve Sancte Pater. Tale Antifona si rinviene in codici del XIV° secolo ed è attribuita al cardinale Tommaso da Capua [20]. Essa è l’Antifona al Magnificat nei giorni dell’Ottava di san Francesco secondo l’Ufficio dei Minori [21]. All’Antifona segue il versetto, eseguito dai cantori, Franciscus pauper et humilis modulato con la melodia solenne che anche l’Antiphonale Romanum riserva – per il versetto dopo l’Inno - in diverse feste. L’Orazione che segue è la Colletta di san Francesco del 4 ottobre [22]; la parentesi che circonda le parole hodierna die, è un’aggiunta apportata evidentemente per sottolineare la collocazione temporale della funzione e sta ad indicare il fatto che tali parole sono cantate se la funzione è celebrata la sera della vigilia; esse non hanno riscontro col testo del Messale.

La melodia del Benedicamus proposta è quella delle Lodi nelle Feste di rito doppio presente nell’ Antiphonale Romanum [23]. L’Officium ac Missa de Festo S.P.N. Francisci curato da p. Eliseo Bruning – e già citato - propone un tono in più a scelta per il Benedicamus desunto da codici francescani di area italica del XIV° e XV° secolo [24] che risulta identico a quello del Supplementum di canto gregoriano del’Ordine dei Cappuccini parimenti citato [25].

Un breve cenno circa la funzione del Transito presso i Conventuali così come si trova descritta nel loro Rituale [26]. Presso tale famiglia francescana la funzione risente di uno sviluppo più ampio che mi fa propendere per l’idea che essa  sia più tarda di quella dei Minori. Anche presso di loro la celebrazione può avvenire la sera del 3 o del 4 ottobre, inizia con una processione che muove dall’altare maggiore a quello di san Francesco al canto dell’Inno Jam noctis umbra obduxerat che è l’inno riservato nel loro ufficio ai secondi Vesperi della festa del Serafico Padre [27]. Giunti all’altare di san Francesco tutti si pongono in ginocchio mentre si canta l’Antifona O Patriarcha pauperum Franciscem tuis precibus auge (sconosciuta nel repertorio dei Minori) cui segue un versetto ed un’Orazione piuttosto lunga. A questo punto si canta – come presso i Minori – l’Antifona O sanctissima anima con il salmo 141, cui segue un altro versetto e un’altra Orazione.  A questo punto si intona l’antifona Salve sancte Pater con il versetto Franciscus pauper et humilis (come i minori), il celebrante canta l’Orazione. Segue il Benedicamus Domino, quindi un cantore canta Jube domne benedicere ed il celebrante impartisce la benedizione con la reliquia.

Relativamente a questo uso dei Conventuali, così come della celebrazione di altri Transiti in ambito francescano più tardivi (es. santa Chiara e sant’Antonio) mi ripropongo di effettuare in futuro degli approfondimenti.

Seraphice Pater Francisce, ora pro nobis!

Francesco G. Tolloi
francesco.tolloi@gmail.com







[1] S. BONAVENTURA DA BAGNOREGIO, Leggenda maggiore, in Fonti Francescane (a cura di E. Caroli), Padova, Messaggero, 1985 4, pp. 954 e ss..
[2] TOMMASO DA CELANO, Vita Secunda, in Fonti Francescane…cit, pp. 804 e ss..
[3] Cfr. Rituale Romano – Seraphicum Ordinis Fratrum Minorum, Editio Altera, Parisiis – Tornaci – Romae, Desclée et Socii, 1931, pp. 213 e ss..
[4] Cfr. Rituale Romano – Seraphicum Ordinis Fratrum Minorum, Editio Tertia, Romae, Pax et Bonum, 1955, pp. 233 e ss..
[5] Cfr: Caeremoniale Romano Seraphicum Ordinis Fratrum Minorum, Editio Altera, Ad Claras Aquas, Typographia Collegii S. Bonaventurae, 1927.
[6] Cfr. F. TENDERINI– I. ZORDAN, Piccolo Cerimoniale Romano Serafico, Vicenza, Convento S. Lucia, 1943 2 , p. 263.
[7] Regula et Constitutiones Generales Ordinis Fratrum Minorum, Roma, Curia Generale O.F.M., 2004, p. 29.
[8] P.L.M. BELLO, Exhortatio S.P.N. Francisci, Dolo – Venezia, ITE, [s.d.].
[9] Cfr. E. BRUNING, Epilogus Criticus, in Officium ac Missa de Festo S.P.N. Francisci, Parisiis – Tornaci – Romae, Desclée et Socii, 1926, p. 138 e s..
[10] Cfr. Cantuale Romano - Seraphicum, Editio Tertia, Parisiis – Tornaci – Romae, Desclée et Socii, 1951, p. 176 ed Epilogus Criticus, p. 389. Per l’Antifona di san Martino ( trattasi dell’Antifona al Magnificat dei primi vesperi) cfr: Antiphonale Sacrosanctae Romanae Ecclesiae pro Diurnis Horis, Romae, Typis Polyglottis Vaticanis, 1912, p. 764.
[11] Cfr. Proprium Missae ac Horarum Officii Diurnarum cum cantu ad usum ff. Mm. Capuccinorum, Parisiis – Tornaci – Romae, Desclée et Socii, 1925, p. 288.
[12] Cfr. G. CAMBELL, Liturgia di S. Francesco d’Assisi, Santuario della Verna, edizioni “La Verna”, 1963, p. 152.
[13] Cfr. F. TENDERINI– I. ZORDAN, Piccolo Cerimoniale Romano Serafico…, Vicenza, cit.
[14] Cfr. Caeremoniale Patriarchalis Basilicae et Capellae Papalis Sanctae Mariae Angelorum de Portiuncola, Romae, Tipografia Nazionale, 1926, p. 147. Su questo cerimoniale si veda quanto osservato da I. NABUCO, Ius Pontificalium, Parisiis – Tornaci – Romae – Neo Eboraci, Desclé et Socii, 1956, p. 231 e pp. 234 e ss..
[15] Cfr. Rituale Romano – Seraphicum Ordinis Fratrum Minorum, Editio Tertia…, cit., p. 233.
[16] Cfr. Caeremoniale FF. Minorum Recollectorum Almae Provinciae Germaniae Inferioris, Trajecti ad Rhenum, Van de Weijer, 1884, pp. 390 e ss..
[17] L’uso di pregare con le braccia estese da parte dei frati è attestato, in altre circostanze, presso i Cappuccini. Stando al loro Cerimoniale, il gesto evoca la posizione di san Francesco mentre riceve le stigmate, il testo afferma che tale gesto “in Ordine Minoritico semper in usu fuit“. Cfr. Caeremoniale Romano – Seraphicum ad specialem usum FF. Minorum S. Francisci Capuccinorum, Romae, Ex Typis Vaticanis, 1892, p. 21 e s..
[18] Cfr. Breviarium Romanum ex decreto Sacrosancti Concilii Tridentini restitutum, Romae, Typis Polyglottis Vaticanis, 1915, p. 153.
[19]Cfr. Proprium Missae ac Horarum Officii Diurnarum cum cantu ad usum ff. Mm. Capuccinorum…, cit.  p. 288 e Caeremoniale Romano – Seraphicum ad specialem usum FF. Minorum S. Francisci Capuccinorum…, p. 398. Di analogo tenore l’attenzione alle stesse parole posta nel Cerimoniale utrecense dei Recolletti laddove pur prevedendo la possibilità di eseguire alternatim con l’organo ammonisce che in ogni caso non si tralascino di cantare quelle parole. (Cfr. Caeremoniale FF. Minorum Recollectorum Almae Provinciae Germaniae Inferioris…, cit. p. 390).
[20] Cfr. E. BRUNING, Epilogus Criticus, in Cantuale Romano – Seraphicum…, cit., p. 394.
[21] Cfr. Breviarium Romano – Seraphicum, Editio I juxta typicam, Romae, Pax et Bonum, 1951, Pars Autunnalis, p. 740. Faccio notare che i Minori serbarono sempre – a differenza di Conventuali e Cappuccini – l’ufficio di fra Giovanni da Spira (XIII° sec.)
[22] Cfr. Missale Romano – Seraphicum, Editio Typica, Florentiae, Ad Claras Aquas, 1952, p. 749
[23] Cfr. Antiphonale Sacrosanctae Romanae Ecclesiae pro Diurnis Horis…, cit. p. 49*. Ed anche in Antiphonale Romano – Seraphicum pro Diurnis Horis, Parisiis – Tornaci – Romae, 1928, p. [179].
[24] Cfr. Officium ac Missa de Festo S.P.N. Francisci…, cit., p. 102 e p. 138 e s. (Epilogus Criticus).
[25] Cfr. Proprium Missae ac Horarum Officii Diurnarum cum cantu ad usum ff. mm. Capuccinorum…, cit., p. 289.
[26] Cfr. Rituale Romano - Seraphicum Ordinis Fratrum Minorum Conventualium, Romae, Typis Polyglottis Vaticanis, 1942, pp. 81 e ss. (Il Volume non reca notazione musicale).
[27] Cfr. Proprium Officiorum ad usum Ordinis Fratrum Minorum Conventualium, Taurini – Romae, Marietti, 1951, p. 107. L’ufficio dei Cappuccini per san Francesco è mutuato proprio dai Conventuali (ma non il rito del Transito) sicché troviamo la melodia in Proprium Missae ac Horarum Officii Diurnarum cum cantu ad usum ff. mm. Capuccinorum…, cit., pp. 255 e s.. 

lunedì 12 settembre 2016

Una bella melodia per il "Vexilla Regis"

Qualche anno fa, organizzando in collaborazione con la parrocchia di Crauglio (arcidiocesi di Gorizia, provincia di Udine), il Collegium Divi Marci e il coro polifonico triestino Alabarda la celebrazione di un vespero solenne nella Domenica di Passione, mi trovai a proporre una melodia "alternativa" del celebre inno in onore della santa Croce "Vexilla Regis".

Nell'occasione specifica al vespero doveva seguire la benedizione con la reliquia della santa Croce, si trattava pertanto di evitare di eseguire due volte lo stesso inno con l'identica melodia (sebbene al vespero fu alternata con una composizione polifonica del ceciliano Ravanello). Per tale motivo trascrissi la melodia ispanica del "Vexilla Regis", una melodia non proprio sconosciuta per le strofe pari polifoniche messe in musica "ad hoc" dal genio compositivo del Da Victoria.

Oggi, ritenendo utile riproporlo, ho pensato di adattare la VI° strofa con il testo specifico della festa auspicando l'utilizzo in contesto liturgico.



INVENZIONE ED ESALTAZIONE. Alcune note sulle due feste in onore della santa Croce.


In principio erano due. Ossia due erano le feste nel rito romano nella sua forma tradizionale a celebrare in modo particolare la santa e vivificante Croce: la festa del ritrovamento (inventio) ad opera di sant’Elena, madre dell’imperatore Costantino, celebrata il 3 maggio (In inventione S. Crucis) classificata col grado di “Doppio di Seconda Classe” [1] e la festa dell’Esaltazione il 14 settembre (In exaltatione S.Crucis) celebrata col grado di “Doppio Maggiore”[2]. Nel moto di riforma liturgica che inizia sul finire degli anni Quaranta del declinato secolo per compiersi nel primo lustro degli anni Settanta con la promulgazione dei libri liturgici riformati [3], la prima festa – ossia quella del 3 maggio – viene confinata nelle feste “Pro aliquibus locis” [4].

Il passo era breve per giungere ad una unificazione – a mio vedere “ambigua” delle due feste o meglio alla soppressione di una delle due.  Effettuo ora una breve confronto  sinottico fra le parole dei martirologi riassumendole per comodità in una tabella [5].

FESTA
MARTIROLOGIO 1956
MARTIROLOGIO 2004
3 maggio, Invenzione
Hierosolymis Inventio sacrosanctae crucis Dominicae, sub Constantino Imperatore
____________________
14 settembre, Esaltazione
Exaltatio sanctae Crucis, quando Heraclius Imperator, Chosroa Rege devicto, eam de Perside Hierosolymam reportavit.
Fextum exaltationis Sanctae Crucis, quae, postridie dedicationis basilicae Resurrectionis super sepulcrum  Christi erectae exaltatur et honoratur, sicut victoriae eius paschalis tropaeum et signum in caelo appariturum, alterum adventum eius iam universis praenuntias.

Due le cose che appaiono con la massima evidenza :
1.  Il decadimento della festa liturgica del 3 maggio, quale abbastanza probabile conseguenza del previo “accantonamento” negli anni Sessanta [6];
2. La deprivazione dell’ “aggancio dello sviluppo storico” quale sviluppo organico e consequenziale della festa dell’Esaltazione, legata alla vittoria del Βασιλεύς Eraclio sui persiani che chiude storicamente un capitolo di tensioni secolari tra impero romano e regno di Persia. Ma con questa deprivazione si perde altresì il senso di simboleggiare attraverso la Croce – emblema della Passione ma anche della resurrezione gloriosa di Cristo – il trionfo sulle barbarae nationes.

Ma analizziamo più da vicino qualche dettaglio di quel momento storico così essenziale e determinante per l’esistenza stessa dell’Impero Romano d’Oriente. Ritengo sia possibile asserire che l’epoca che va dal VII all’VIII secolo  fu una delle più drammatiche e precarie che affrontò l’impero romano d’oriente, assediato e per di più indebolito militarmente perché in grado di poggiarsi solo su una malferma difesa offerta – a caro prezzo – da mercenari, disastrato finanziariamente e con la complessa macchina burocratica che de facto aveva cessato di funzionare. L’Impero si trova alla mercé del nemico fino nelle sue stesse province centrali: il territorio balcanico subiva l’invasione delle popolazioni avare e slave, e anzi la slavizzazione dei territori dei balcani si era accentuata e infine stabilizzata stanti anche i fallimenti dell’azione militare condotta all’epoca di Maurizio agli albori del VII secolo tanto da portare a una radicale e profonda mutazione sotto l’aspetto etnico, tant’è che la popolazione locale ellenofona finì per ripiegare sulle zone costiere e insulari. I Persiani si erano insediati con pertinacia e forza nel cuore dell’Asia Minore da dove potevano muovere con i  loro conati espansionistici, tant’è che la stessa santa città di Gerusalemme cadde nelle loro mani ed essi – per umiliare ulteriormente i cristiani e devastarne il morale – rapirono il santo legno della Croce, rinvenuto dall’imperatrice sant’Elena, e lo recarono a Ctesifonte. È in questo lacerato contesto che salì al trono uno degli imperatori tra i più importanti che la storia dell’Impero d’Oriente ricordi: Eraclio, “Bisanzio riuscì a trovare in sé stessa la forza per un profondo rinnovamento sociale, politico e culturale.”[7]. Quasi tutta l’Asia Minore ricadeva ormai sotto la sfera politica persiana. Eraclio opera importantissime riforme assai incisive e profonde, in particolare il territorio dell’Asia Minore non ancora caduto in mano nemica viene suddiviso in θέματα. Essi sono un superamento dell’antico sistema delle province e un tentativo di costituzione di un esercito radicato al territorio, con obbligo ereditario di servizio militare in cambio di concessione territoriale, svincolando il sistema centrale dalla necessità di ricorso a milizie mercenarie il cui sistematico ricorso aveva dato fondo alle casse. Questo clima di riorganizzazione fu incentivato anche dalla Chiesa che mise materialmente a disposizione molti dei suoi beni e si attivò per rinfocolare l’entusiasmo  negli animi tutto questo portò a un clima di entusiasmo religioso, sempre secondo Ostrogorsky si andava preparando la prima guerra dalle caratteristiche medievali che anticipava o preconizzava le future Crociate [8].

Siamo nell’anno 619 quando Eraclio – pur addossandosi onerosissimi tributi – aveva stipulato una pace con il khān degli Avari, ciò consentì lo spostamento del contingente militare dall’Europa all’Asia, nel 622 egli trascorse l’estate ad addestrare personalmente i soldati. In una prima fase con attenta strategia egli riuscì a far sgomberare i persiani dai passi che occupavano nell’Asia Minore, lo scontro decisivo si ebbe in territorio armeno: il primo obiettivo ovvero quello di liberare l’Asia Minore era raggiunto. Purtroppo una rinnovata minaccia da parte degli Avari costrinse l’imperatore a ripiegare su Costantinopoli, l’impero fu gravato ulteriormente da altri pesanti tributi e parenti stretti del Βασιλεύς  furono fatti ostaggi per mano degli Avari. I persiani nonostante la sconfitta che avevano patito in Asia Minore rifiutarono di addivenire a miti consigli e ad accordi, anzi,  il loro sovrano Khusraw I (Cosroe) inviò una missiva a Costantinopoli laddove rifiutava ogni sorta di trattato di pace e apostrofava la religione cristiana con espressioni blasfeme ed ingiuriose. Eraclio mosse di nuovo le sue armate alla volta dell’Armenia e puntando verso sud raggiunse uno dei centri più importanti dello zoroastrismo ossia la città di Gandža, prima residenza dei Sasanidi ove distrusse uno dei loro principali santuari ossia il “Tempio del Fuoco di Zoroastro” per vendicare la violenza subita nella santa Gerusalemme. Eraclio – con numerosi prigionieri – svernò oltre l’Araxes: ivi poté rafforzare il suo contingente militare con soldati mutuati dalle popolazioni dei Lasi, Abasgi e Ibericaucasici. La situazione restava estremamente difficile anche dal punto di vista militare, tant’è che i persiani, ben lungi dal piegarsi, sferrarono la loro offensiva in territorio armeno e anzi, nel 626, Costantinopoli si trovò innanzi al duplice pericolo di un attacco sia persiano che avaro. Nel mentre il patriarca Sergio teneva alto l’umore dei soldati: fu la superiorità della marina da guerra bizantina a sconfiggere il nemico e scongiurare il pericolo. Eraclio strinse alleanza coi Cazari e puntando a sud nel 627 riportò una decisiva vittoria a Ninive minando nelle fondamenta la potenza persiana: i territori dell’Armenia, della Mesopotamia romana, la Siria, l’Egitto e la Palestina ritornarono sotto lo scettro imperiale. Nel 630 con  grande trionfo Eraclio personalmente riportò la santa Croce a Gerusalemme fra l’esultanza della popolazione sanzionando “la conclusione vittoriosa della prima delle grandi guerre religiose dell’era cristiana” [9].

Bernat, Eraclio porta la santa Croce a Gerusalemme


Questa seppur succinta nota storica è, a mio parere, abbastanza importante per comprendere il significato che aveva assunto in sè la festa dell’Esaltazione della Santa Croce, un significato “organicamente” [10] innestatosi, aggiuntosi e caricatosi su quelli che ne mossero le origini, che assume un’ importanza particolare per essere condiviso dai cristiani separati di tradizione costantinopolitana, un lacerto insomma della Chiesa Una e Indivisa. Per questo motivo ho definito “ambiguo” il rimuovere questo riferimento per motivi che sono evidentemente estrinseci alla liturgia.

Eparchia di Lungro: Esaltazione della santa Croce


Che la festa della Esaltazione della Santa Croce abbia assunto questi connotati appare evidentissimo da una semplice e mera lettura delle lectiones  c.d. “storiche” del Breviario [11] sulle quali tra poco avrò modo di considerare brevissimamente.

Ma quale, a questo punto, l’origine della festa della Esaltazione della Santa Croce e quale il motivo di questo nome? La profonda dottrina liturgica del benedettino Prosper Guéranger può illuminare con i dati utili che fornisce.
L’abate francese anzitutto precisa essere una festa di “origine complessa”[12], aggiungerei eterogenea, i cui eventi storici che si sono succeduti hanno messo in luce ulteriori aspetti. Anzitutto va menzionato che il 14 settembre nell’anno 335, con enorme concorso di fedeli e di clero, venne dedicato un santuario nello stesso luogo ove Cristo aveva patito ed era stato sepolto. Orbene tale anniversario continuò ad essere celebrato con enfasi e solennità anche negli anni seguenti, tant’è che tale dedicatio – negli usi gerosolimitani – aveva rito pari alla Pasqua e all’Epifania. Seguendo sempre la ricostruzione di Guéranger altri furono gli elementi che si fusero a questa festa e che – in ultima istanza – ne decretarono questa affezione e questo successo, tra questi la coincidenza ebraica con la festa dei Tabernacoli o delle Capanne (Sukkot) che si pone cronologicamente nel periodo della fine delle fatiche della vendemmia e di cui questa Dedicatio andrebbe idealmente a prenderne il posto. Ma anche il riferimento a un altro ricordo doveva innestarsi ossia quello, stavolta più schiettamente e marcatamente cristiano, del ritrovamento del sacro legno della Croce. A questo era associata una costumanza liturgica caratteristicamente agiopolita ossia quella elevazione o exaltatioιψωσις – del legno della santa croce, nel luogo e data del ritrovamento, con benedizione dei quattro punti cardinali, i fedeli recavano seco per ricordo delle minute fiale che contenevano dell’olio che era venuto a contatto con il santo legno. Questo dovrebbe essere bastevole a spiegarne il nome e anche la scelta della pericope evangelica della messa del giorno (Giov. 12, 31.36): “Et ego si exaltatus fuero a terra, omnia traham ad meipsum”.  Il luogo in cui la croce era innalzata era considerato il centro del mondo, detta cerimonia dovette giuocoforza interrompersi quando la Santa Città – che già nel corso dei secoli aveva distribuito frammenti del legno della vivificante croce ai principali centri – venne deprivata da questo immenso ed inestimabile tesoro. Con la restituzione di Eraclio poteva riprendere tale uso di cui si ha un lacerto nelle costumanze della Custodia di Terrasanta. Ivi i minori nelle due feste della Croce svolgono una processione: il 3 maggio dopo la messa pontificale cantata nella cripta del rinvenimento della Croce, svolgono una processione e – al canto del Vexilla regis – circuiscono il Santo Sepolcro per poi impartire la benedizione, il 14 settembre la processione muove dal Calvario al sacello del Santissimo Sacramento con analoga cerimonia [13].  Il processo imitativo degli usi di Gerusalemme, qui lo accenno, non mancò per un certo periodo neanche a Roma [14], ove una prima testimonianza di una festa dedicata alla Croce appare all’epoca di papa Sergio, inizialmente al Laterano e poi alla Sessoriana con solenne ostensione e ed adorazione delle reliquie, attestata ancora all’epoca dell’ Ordo di Cencio Camerario (inizio XIII secolo) [15].

Vero è – stando all’opinione del beato Ildefonso Schuster – che probabilmente nell’ambito dello sviluppo le circostanze che hanno dato origine alle feste del 3 maggio e del 12 settembre si siano intersecate e confuse. Secondo il beato Schuster,liturgista e pastore della Chiesa mediolanense, la restituzione delle reliquie da parte di Eraclio al patriarca Zaccaria sarebbe da individuarsi nel 3 maggio del 630, data che incontrò in Occidente “più larghe simpatie”, viceversa la data del 14 settembre si fece strada con con più lentezza essendo inizialmente dedicata alla festa di due martiri menzionati nel Canon Missae ossia Cornelio e Cipriano [16]. Tant’è che per Schuster la messa del 3 maggio  è “post gregoriana” e per l’Introito e l’Offertorio si sono mutuati testi da messe più antiche [17]. Notiamo che l’Introito del 3 maggio e del 12 settembre è lo stesso e coincide con quello del Giovedì santo (Gal. 6,14), parimenti l’epistola è la stessa (Filipp. 2, 5-11) che coincide con quella della messa della Domenica delle palme. È simile l’opinione dell’abate Righetti che in modo perentorio e senza mezzi termini afferma che “il titolo della prima ricorrenza (3, maggio, Invenzione della Croce) è sbagliato in pieno”[18]. Sempre per il Righetti l’adozione della festa della Exaltatio fu frutto di un processo di imitazione di Gerusalemme specie per i centri che avevano ricevuto frammenti del legno della Croce, la vittoria di Eraclio – pur confondendo liturgicamente e cronologicamente le acque rinfocolò il culto verso la Croce e in questo contribuirono le “lezioni storiche” del Breviario [19]. Interessante quanto ci ragguaglia il Righetti circa il fatto che già sotto il sommo pontificato di Benedetto XIV – segnatamente nel 1741 – la questione delle due feste si era evidenziata presso la commissione preposta alla riforma del Breviario che però intese lasciare lo status quo. Un atteggiamento di prudenza questo, una prudenza che invece non è ha caratterizzato nel caso di specie la riforma liturgica Novecentesca che – abrogando la festa del 3 maggio e omettendo il significato “fisico” della Exaltatio  reso nuovamente possibile dalla vittoria sui persiani operata da Eraclio e la successiva restituzione – ha  adombrato una parte del significato che emergeva pur nelle nebbie della storia e, se vogliamo, nella confusione che alle volte ne deriva: i libri liturgici sono tali prima di essere libri storici e questo bisognerebbe averlo sempre presente prima di tuffarsi senza indugio in un positivismo estraneo ai criteri dello sviluppo organico della liturgia poiché se è vero che le origini e gli sviluppi delle due feste si confondono è innegabile, altresì, che essi si completano, se è vero che era subentrata una confusione è del pari vero che la soluzione adottata è “gordiana” avendo preferito rimuovere il problema anziché chiarirlo.

Concludo queste mie note sulle feste della Croce trascrivendo dall’ Antologhion  [20] di rito costantinopolitano - nel quale il 14 settembre la croce viene portata in trionfo adorna di alloro, simbolo di vittoria - di alcuni lacerti dei numerosi testi liturgici del mattutino del 14 settembre che fanno riferimento all’ “innalzamento” di cui dicevo:

“La croce viene oggi innalzata, e il mondo è santificato ; tu che siedi in trono col Padre e il santo Spirito, distese su di essa le mani, hai attirato il mondo intero, o Cristo, alla conoscenza di te: concedi la gloria divina a quelli che in te confidano.”  (exapostilarion, p. 625)

“[…] La croce che ha portato l’Altissimo, quale grappolo pieno di vita, si mostra oggi elevata da terra; per essa siamo stati tutti attratti a Dio, e la morte è stata del tutto inghiottita. […]” (stichirà prosomia, p. 626)

Infine, per chiarire il concetto del trionfo sulle barbarae nationes e il cui riferimento va con ogni probabilità a Eraclio:

“[…] In essa sono vinte le genti barbare, per essa sono saldamente stabiliti gli scettri dei regnanti […]” (ibidem).

O Crux Ave, Spes unica!
Francesco G. Tolloi
francesco.tolloi@gmail.com












[1] Qui cito l’edizione VI dopo la tipica del Messale romano approvata nel 1952 e pubblicata nel 1954: Missale romanum, editio sexta post typica,, Polyglottis Vaticanis, Romae, 1954, pp.557 e ss..
[2] Idem, p. 706 e ss..
[3] Utilizzo questi termini temporali per definire il periodo della “Riforma liturgica” Novecentesca poggiando la mia opinione proprio su mons. Bugnini, prima propugnatore e sostenitore quindi protagonista e infine artefice della riforma stessa, si noti che – non a caso lo stesso titolo della sua opera sulla riforma fornisce, significativamente, tali estemi,; cfr. A. BUGNINI, La riforma liturgica (1948-1975), Roma, CLV, 1997.
[4] Qui mi riferisco all’edizione di San Giovanni XXIII del Messale romano, utilizzo la seguente edizione: Missale romanum, editio secunda iuxta typicam, Ratisbona, Pustet, 1963, pp. [179 e ss..].
[5] Per l’edizione “tradizionale” faccio uso di Martyrologium romanum, quarta post typicam editio, Romae, Polyglottis Vaticanis, 1956. Per l’edizione riformata: Martyrologium romanum, editio altera, Romae, Typis Vaticanis, 2004.
[6] Il P. Braga, annota la necessità di conservare la festa del 14 settembre ma di abolire quella del 3 maggio non essendo una vera festa universale o di tipicità romana (risultando sconosciuta ai sacramentari gelasiano e gregoriano) nonché di origine gallicana (essa pare derivare dalla leggenda del vescovo gerosolimitano Giuda Ciriaco a differenza – a suo parere - della festa settembrina. Cfr  C. BRAGA, La riforma liturgica di Pio XII, Roma, CLV, 2003, pp. 81 e ss, e pp. 98 e ss.. Si veda anche: A. BUGNINI, voce La croce nella liturgia, in Enciclopedia Cattolica, vol. IV, Città del Vaticano, Ente per l’Enciclopedia cattolica, 1952, cc. 960 e ss..
[7] G. OSTROGORSKY, Storia dell’impero bizantino, trad. P. Leone, Torino, Einaudi, 200213, p. 85.
[8] IDEM, p. 90.
[9] IDEM, p. 93.
[10] Sullo sviluppo organico essenziale l’opera, con prefazione dell’allora cardinale Ratzinger: A. REID, The Organic Development of the Liturgy, San Francisco, Ignatius Press, 20052, pubblicato anche in edizione italiana: ID, Lo sviluppo organico della liturgia, Siena, Cantagalli, 2013.
[11] Qui cito l’edizione tipica di san Pio X: Breviarium romanum, editio typica iterum impressa, Romae, Polyglottis Vaticanis, 1905.
[12] P. GUÉRANGER, L’Anno Liturgico, Alba, Paoline, 1956, vol.  II, p. 1073.
[13] Ordo processionum quae Hierosolymis in Basilica S. Sepulcri D.N. Jesu Christi a Fratribus Minoribus peraguntur, Romae, Polyglottis Vaticanis, 1947, pp. 105 e ss. e p. 108..
[14] M. ANDRIEU, Les Ordines Romani du Haut Moyen Age, Louvain, Spicilegium Sacrum Lovaniense, 1961, V, pp.  363 e ss..
[15] A. BUGNINI, voce La croce nella liturgia, in Enciclopedia Cattolica…cit. col. 961 e s..
[16] A. I. SCHUSTER, Liber sacramentorum, Torino-Roma, Marietti, 1932, vol. VII, pp. 247 e ss..
[17] IDEM, p. 150.
[18] M. RIGHETTI, Manuale di Storia Liturgica, Milano, Ancora, 19552, vol. II,  p. 261.
[19] Cfr: lezioni del secondo notturno, Die 14 Sept. In Exaltatione S. Crucis, in Breviarium romanum…, cit., pp.1319 e ss..
[20] Antologhion di tutto l’anno, traduzione dal greco di M.B. Artioli, Roma, Lipa, 1999, vol. I, pp. 625 e ss.. Per semplicità definire tale opera un tentativo di un “breviario” per il rito costantinopolitano che normalmente richiederebbe per la celebrazione dell’ufficio l’utilizzo di vari libri.