Durante la celebrazione della Messa dell’Epifania, come ci rammenta la citata rubrica del Pontificale Romanum, segnatamente dopo la proclamazione del vangelo, l’arcidiacono, o un canonico, o un beneficiato o altri - secondo il costume della chiesa - sale all’ambone per proclamare in canto, con una melodia piuttosto simile a quella del Preconio pasquale, tale annuncio, costituendone così quasi un’anticipazione. Sempre dal citato Pontificale sarà utile qui averne il testo completo:
"Novéritis,
fratres caríssimi, quod annuénte Dei misericórdia, sicut de Nativitáte Dómini
nostri Jesu Christi gavísi sumus, ita et de Resurrectióne ejúsdem Salvatóris
nostri gáudium vobis annuntiámus. Die prima (vel alia, prout occurit Januarii
vel Februárii) erit Domínica in Septuagésima. Vigésima (vel alia quæ occurrit,
uti et in sequentibus, Februárii, Mártii
vel ejúsdem) dies Cínerum, et inítium jejúnii sacratíssimæ Quadragésimæ.
N. (Mártii, Aprílis) sanctum Pascha Dómini nostri Jesu Christi cum gáudio
celebrábitis. [Domínica secúnda post Pasca diœcesána Sýnodus habébitur. N.
(Aprílis, Maji, Júnii) erit Ascénsio Dómini nostri Jesu Christi. N. (Maji,
Júnii ejúsdem), Festum Pentecóstes. N. (ejúsdem, Júnii), Festum sacratíssimi
Córporis Christi. N. (Novémbris;
Decémbris), Domínica prima Advéntus Dómini nostri Jesu Christi, cui est honor
et glória, in sǽcula sæculórum. Amen."
![]() |
| Canto del Noveritis. Da Pontificale Romanum, Mechliniæ, Dessain, 1862, Pars Tertia, pag.5. (Collezione Francesco G. Tolloi) |
Il venerabile Guerangér ritiene
che il Noveritis, situato proprio nella celebrazione epifanica, quale
culmine ideale del Natale, “ricorda il misterioso legame che unisce le grandi
solennità dell’anno liturgico […]” [3]
e ciò ben si comprende a fortiori se si considera che l’Epifania,
cronologicamente, rappresenta l’ultima grande festa del ciclo temporale, nel cursus
dell’anno liturgico, prima di Pasqua. Sarebbero sufficienti queste parole del
fondatore di Solesmes per archiviare come irrilevanti i pareri minimizzanti,
che ancora capita di udire, che vorrebbero, piuttosto prosaicamente, ridurre
tale prassi ad un mero retaggio di un’epoca in cui non c’erano i calendari o
che comunque questi, in ragione dell’analfabetismo, non si sarebbero potuti
leggere.
Varrà perciò la pena, pur
succintamente, di delinearne le origini storiche di questo costume. L’uso attestatoci dal Pontificale
Romanum parrebbe originarsi dalla necessità, per tutto il pleroma della
Chiesa, di conoscere annualmente e con precisione, la data in cui celebrare la
Pasqua, una necessità che a fortiori si comprende, osservando di come la
fissazione di tale data fu ripetutamente motivo di controversie.
Come è noto il computo pasquale avviene anche
sulla scorta delle fasi lunari che ben erano conosciute dagli astronomi alessandrini, celebri per il rigore e precisione dei
loro studi in materia. Da qui si instaura l’uso, da parte della sede patriarcale
di Alessandria, di redigere delle “lettere festali”: delle missive, per
l’appunto, indirizzate a tutte le sedi ecclesiastiche, finalizzate a comunicare
annualmente la data della Pasqua, un uso che trova conferma con il Concilio di
Nicea (325), epoca nel quale, evidentemente, esso era già consolidato. Stando ancora al Righetti, dal tenore con cui erano redatte le anzidette “lettere festali”,
si può ipotizzare che se ne facesse pubblica lettura nelle chiese, andando così a
strutturare, almeno embrionalmente, il rito codificato e trasmesso dal Pontificale
tridentino [4]. Già nel
V secolo si hanno evidenze per cui, nelle chiese africane ed ispaniche il
costume era quello di annunciare la Pasqua durante la Messa di Natale,
viceversa, a Roma, Milano, Aquileja, in generale nelle chiese della penisola
italiana e nelle Gallie, l’annuncio si teneva nell'Epifania. Come ci ricorda il
Catalano, nel suo ponderoso ed erudito commento al Pontificale Romanum [5],
nel Concilio Aurelianense (Orleans, 541) si stabilisce che spetti al vescovo annunciare la data della Pasqua, mentre la prima volta che si menziona tale
ufficio come pertinenza di un diacono, si avrebbe nell’ordinario del vescovo
calabrese Luca Cosentino del XIII secolo. Questo aspetto di individuare
l’incaricato all’annuncio della Pasqua, si lega al luogo ed è piuttosto importante, perché reca intrinsecamente un altro quesito, piuttosto interessante, ossia se
tale costume sia da ritenersi esclusiva prerogativa delle cattedrali oppure se
sia da ritenersi praticabile, per quanto facoltativamente, da tutte le chiese.
La già menzionata rubrica del Pontificale Romanum fa intuire, specialmente per i riferimenti di figure legate al capitolo, che ci si trovi,
effettivamente, negli ambiti di una cattedrale o, per lo meno, in quelli di una chiesa
collegiata. Il manuale del maurino Bauldry, un “classico” della
produzione cerimoniale, ritiene prassi “utilis et laudabilis” che l’annuncio si
faccia in tutte le chiese ed anzi auspica che, dopo la proclamazione rituale
ovviamente in lingua latina da parte del diacono, la si ripeta in lingua vernacola
affinché sia facilmente comprensibile a tutti [6].
Una raccomandazione piuttosto simile la ritroviamo, in pieno Ottocento, da
parte dei Giovanni Diclich, sacerdote del clero patriarcale veneziano: “Sarà bene pure,
che dopo questa pubblicazione [del Noveritis, n.d.r.], si tenga dallo
stesso pubblicatore un discorso, col quale si spieghi in volgare al popolo ciò
che si è cantato in latino”[7].
Va ricordato, senza la pretesa di
esaurire l’argomento, che molti Autori di sacre cerimonie si collocarono nel
filone di Bauldry e perciò attribuivano al diacono che serviva la Messa, il
compito di proclamare l’annuncio. Il Corsetti, nel suo volume dedicato al cardinale
Ottoboni, ad esempio, s’esprime in modo estremamente chiaro: “ad ipso diacono
Missæ, vel alio beneficiato, juxta morem cujusque Ecclesiæ”[8]
e di analoga opinione è il celebra Andrea Piscara Castaldo [9].
Il Martinucci, siamo nella seconda metà del XIX secolo, propende per una
interpretazione larga, rispetto al riservarne l’uso a cattedrali e collegiate,
ma comunque non generale: “Notetur quod publicatio festorum mobilium de
jure pertinet ad Ecclesias cathedrales et ad Ecclesiam in unoquoque loco
primariam” [10].
Va ricordato che il romano Pio Martinucci era cerimoniere pontificio, e che
l’uso di tale annuncio epifanico non era previsto tra i costumi della cappella
papale ed anzi, generalmente nelle chiese dell’Urbe era, perlomeno all’epoca, giusta
quanto riferisce Ignace Bourget, pressoché sconosciuto [11]. Monsignor
Léon Gromier, nel suo ottimo commento al Cæremoniale Episcoporum,
ritiene che il compito di proclamare l’annuncio spetti ad un beneficiato e non
ad un canonico. Per il prelato francese la redazione del Cæremoniale Episcoporum
e del Pontificale Romanum, risentirebbero ancora della tendenza a
ridurre la figura canonicale, sulla scorta della compilazione del Paride
Grassi, ad una sorta di factotum [12]: per le
stesse ragioni il Gromier ritiene che, per esempio non spetti ai canonici ma a
clero subalterno il canto del Passio o il ruolo di pivialista all’Ufficio
solenne ecc. L’osservazione è certamente meritevole di attenzione, ma muove ancora
nel perimetro di una cattedrale: le altre chiese, necessariamente, dovranno regolarsi
sul numero di chierici a disposizione. Qui gioverà segnalare qualche prassi anche
in ambiti diversi da quello schiettamente romano. Nel rito ambrosiano il
compito è affidato tout court al diacono [13]: la
formula dell’annuncio pasquale è decisamente più breve e diversa, aspetto sul
quale, a brevissimo, sarà opportuno soffermarsi, per il momento qui ci limitiamo a
riportarla:
“Nóverit cáritas vestra, fratres
caríssimi, quod, annuénte Dei et Dómini nostri Jesu Christi misericórdia, die N.
mensis N. Pascha Dómini cum gáudio celebrábimus. (R.) Deo grátias.”.
Piuttosto significativa la casistica delle
Gallie. Come si è detto, già nel V secolo, il Concilio Aurelianense affidò ai
vescovi il compito di annunciare la data di Pasqua, da lì l’uso si sarebbe
diffuso, stando all’opinione di monsignor Giuseppe Vale, anche nella penisola
iberica, tanto che il quarto Concilio Toledano (633) lo prescrisse fissandolo alla
solennità dell’Epifania [14]. Nell’inesorabile
scorrere dei secoli evidentemente il costume nelle Gallie decadde e tramontò, tanto che il
Durando, nella seconda metà del XIII secolo, afferma che l’uso di
proclamare la data della Pasqua (e quella di Settuagesima) caratterizzava la
celebrazione dell’Epifania nelle chiese della penisola italica, laddove trovava
posto dopo l’offertorio (sic!)[15]. Le
Brun, nel XVIII secolo, testimonia l’uso di Sainte Croix ad Orleans e Notre Dame a
Parigi, di affidare al diacono che, stando all’ambone, sta rivolto ad Oriente la
proclamazione della data della Pasqua [16]. Anche
in questo caso riteniamo utile riportarne per intero la formula, tratta dal
messale parigino promulgato dal cardinale De Vintimille “cum privilegio Regis”:
“Novérit cáritas vestra, fratres carissimi,
quod annuénte Dei et Dómini nostri Jesu Christi misericórdia, die N.
mensis N. Pascha Dómini celebrábimus”[17].
Allo stato attuale di conoscenza, pur nella brevità
della ricerca e nella limitatezza del campo di indagine, si è potuto constatare
che sia il dettato rubricale che la formula parigina trovano esatto riscontro
in altri testimoni riferibili alla tradizione liturgica che si costuma chiamare
“neo gallicana”, solitamente assai variegata [18]. Più
aspetti sono degni di attenzione. Primo tra questi la brevità della formula che
si limita ad annunciare solamente la data della Pasqua: d’altra parte non si
può che concordare con il citato Catalano quando afferma che facilmente da essa
si derivano le date delle altre feste mobili, ma il citato Autore si spinge a ritenere,
verosimilmente con ragione, che il formulario più succinto è indice di maggiore
antichità [19].
Il mistero però qui è destinato ad infittirsi: se l’uso, come attestava Durando,
era andato perduto nelle Gallie, quando fu ripreso? E, soprattutto, in che epoca e
perché proprio con quella formula breve fu reintrodotto, considerato anche l’elemento
di chiara antichità della rubrica che prevede il diacono volto ad oriente e
situato all’ambone?
Sempre a proposito di formulari brevi, in questo caso limitati al solo annuncio della Pasqua ed all’inizio del digiuno quaresimale, per motivi geografici ed affettivi, si ritiene degno di menzione quello, ancora in uso, presso la collegiata di Cividale. Nella solennità dell’Epifania, nel duomo della città friulana, si celebra quella che è comunemente chiamata “Messa dello Spadone”, che riporta analogie con celebrazioni di area germanica (Schwertmesse) ed è l’unico superstite testimone di un utilizzo più ampio della spada nelle liturgie dell’ “usus aquilejensis” [20]. Il diacono riveste un elmo ornato di cimiero con le piume dei colori della città, ed impugna la spada che si vuole appartenuta al patriarca Marquardo di Randeck, brandendo la quale saluta i canonici in coro ed i fedeli assiepati nell’ampia navata in vari momenti della celebrazione. In particolare, dopo aver proclamato il vangelo con la suggestiva melodia aquilejense, saluta nuovamente con la spada, tracciando dei fendenti, e torna al leggio per intonare l’annuncio, ancora con melodia locale, leggendo da un manoscritto notato del XVIII secolo:
“Plebs sancta Deo desérviens hoc
cupit audíre quod et vídere desíderat. Sicut gavísi estis de Nativitáte Dómini
nostri Jesu Christi, ita et de Resurrectióne ejus annunciámus vobis universále
gáudium. Quapropter, fratres charíssimi, annunciámus vobis diem sanctum et
sacratíssimum Paschæ, quas erit die N intránte mense N. Caput vero jeiúnii die N.
intránte mense N. Ut sit pax et
grátia Dómini nostri Jesu Christi cum omnibus vobis.”
![]() |
| Cividale, Messa dello Spadone. Il diacono saluta il popolo prima di proclamare l'annuncio della Pasqua. Foto da: "La Panarie", Anno XIV, n. 84, nov.-dic. 1938, pag. 342. (Collezione Francesco G.Tolloi) |
Con il proposito di dedicare in tempi auspicabilmente brevi un articolo di approfondimento dedicato alla “Messa dello Spadone” (ed anche di presentare i davvero bellissimi recitativi liturgici ivi proclamati), profittando del brevissimo excurus proposto sugli usi neo gallicani, torniamo, per quale istante, sul tema della diffusione di compiere l’annuncio di Pasqua al di fuori dalle chiese cattedrali che la presenza nel corpo dei messali di questa tradizione potrebbe suggerire. Tra la copiosa manualistica in tema di sacre cerimonie, particolarmente significative si sono rivelate, nello specifico, le opere di Luigi Moretti. Il prolifico Autore, già per altro revisore del celebre manuale del minore padre Luigi De Carpo, dedica nelle sue opere sempre dello spazio al Noveritis, riportandone anche la melodia del Pontificale Romanum in notazione gregoriana: nella sua produzione il Moretti, membro onorario dell’Accademia Liturgica Romana, riferisce che esistevano delle tabelle apposite con la notazione del Noveritis, posto che, con ogni evidenza, poche erano le chiese dotate del Pontificale Romanum. È molto significativo che il Moretti riporta il costume dell’annuncio di Pasqua persino nel suo manuale dedicato alle chiese parrocchiali minori [21], ossia quelle che svolgevano le funzioni non “in terzo” per penuria di clero, dando sicuramente così consistenza all’ipotesi dell’ampissima diffusione di tale particolare ed antico uso liturgico. A titolo di completezza, va ricordato che, nella liturgia riformata ad mentem del Concilio Vaticano II, la rubrica dà la possibilità “ubi mos est, pro opportunitate” di proclamare la Pasqua e le altre feste mobili [22] e rimanda, nel libro stesso, alla melodia e al testo (pagg. 1247 e s.) che, per l’infelice soppressione della “preparazione remota alla Pasqua”, comune a tutte le Chiese di Tradizione Apostolica, si trova orbato dei riferimenti alla Settuagesima.
Francesco G. Tolloi
[1] Rubr.
in de Publicatione Festorum Mobilium in Epiphania Domini, in Pontificale
Romanum, Taurini, Marietti, 1941, pag. 299. Di analogo tenore le
prescrizioni del Cerimoniale dei Vescovi (cfr. Cæremoniale Episcoporum,
Editio Typica, Ratisbonæ, Pustet, 1886, lib. II, cap. XV, ad 3, pag. 190)
[2] Cfr. RIGHETTI M., Manuale di Storia Liturgica, vol. II (L’anno Liturgico), Milano, Ancora, 19693 [anast. 2014], pag. 109.
[3] Cfr.
GUERANGÉR P, L’Anno Liturgico, Vol. I, Verona, Fede e Cultura, 2016,
pag. 182.
[4] Cfr.
RIGHETTI M., Manuale di Storia Liturgica, vol. II, (op. cit.) pag. 110.
[5] Cfr. CATALANO
J., Pontificale Romanum nunc primum prolegomenis et commentariis illustratum,
Parisiis, Leroux et Jouby, 1852, Tomus III, pag. 3.
[7] Cfr.
Voce “Epifania” in DICLICH G., Dizionario Sacro-Liturgico, Vol. II,
Venezia, Bragolin, 18343, pag. 54.
[8] Cfr. CORSETTI
B., Praxis Sacrorum Rituum ac Cæremoniarum, Venetiis, Menasoliis, 1666,
pag. 158.
[9] Cfr.
PISCARA CASTALDO A., Praxis Cæremoniarum, Neapoli; Scorriggius, 1625, pag.
398.
[10] Cfr.
MARTINUCCI P., Manuale Sacrarum Cæremoniarum, Liber Secundus, Vol, II,
Romæ, Cecchini, 18792, pag. 141.
[11] Cfr.
BOURGET I., Cérémonial des Évêques commenté et expliqué, Paris,
Lecoffre, 1856, pag. 315.
[12] Cfr.
GROMIER L., Commentaire du Cæremoniale Episcoporum, Paris, La Colombe,
1959, pagg. 354 e s. A titolo di curiosità riferiamo che l’Autore, in queste
pagine, contrariamente alla prassi attestata anche da testimonianze iconografiche,
ritiene che l’Annuncio sia da ascoltarsi in piedi.
[13] Cfr. Rubr.
in die, in Missale Ambrosianum juxta ritum Sanctæ Ecclesiæ Mediolanensis,
Mediolani, Daverio, 1956, pagg. 55 e s.
[14] Cfr. VALE
G., La Proclamatio Paschatis in Epiphania, in Rassegna Gregoriana, IV, Roma,
Desclée, 1905, col. 321.
[15] Cfr. DURANDO
G., Rationale Divinorum Officiorum, Lugduni, Rovilii, 1612, Liber VI,
cap. XVI, fol. 283 r.
[16] Cfr. DE
MOLEON S. [J.B. LE BRUN DES MARETTES], Voyages
Liturgiques de France, Parigi, Delaune, 1718, pagg. 184 e 246. Varrà
sicuramente segnalare che recentemente è stata pubblicata un’edizione in lingua
inglese di questa interessantissima opera che ci attesta gli usi “neogallicani”:
LE BRUN DES MARETTES, Liturgical travels through France, (trad. inglese Eger
G. e Zachary T.), Lincoln NE, Os Justi, 2025.
[17] Cfr. Missale
Parisiense, Parisiis, Bibliopolarum usuum Parisiensium, 1776, pag. 51.
[18] La ricerca
qui si è limitata ai testimoni in nostro possesso, segnatamente: Autun (cfr.
Missale Æduense, Æduæ, De Jussieu, 1845, pagg. 73 e s.), Limonges (cfr. Missale
Lemovicense, Lemovicis, Barbou, 1830, pagg. 45 e s.) e della sede di Saint
Papoul suffraganea di Tolosa, poi soppressa (cfr. Missale Sanpapulense,
Tolosæ, Bibliopolarum usum Sanpaulensium, 1774, pagg. 58 e s.).
[19] Cfr. CATALANO
J., Pontificale Romanum, op. cit., pag. 7.
[20] Cfr. VALE
G., La cerimonia della spada ad Aquileia e a Cividale, Estratto da
Rassegna Gregoriana (n. 1-2, Gennaio-febbraio 1908), Roma, Desclée, s.d., passim.
[21] Cfr. MORETTI
L., Ceremoniale Romano ad uso delle chiese parrocchiali minori, Torino,
Marietti, 1942, pagg. 226 e ss.
[22] Cfr. Rubr,
in die in Missale Romanum ex decreto Sacrosancti Œcumenici Concilii
Vaticani II, editio typica tertia, Typis Vaticanis, Civitate Vaticana,
2002, pag. 175.
____________________________________________________________________
Canto del Noveritis per l'anno 2026.
Riporto la proclamazione in canto
del Noveritis con implementate le feste per l'anno di grazia 2026. Offro anche
ai miei lettori la possibilità di ascoltare il tutorial audio, che ne facilita
l’apprendimento, realizzato dal carissimo amico don Michele Tomasin, che
ringrazio per la sua sempre entusiastica disponibilità e generosità.
Tutorial audio con il canto del Noveritis dell'anno 2026 (esecuzione: don Michele Tomasin).
1. File pdf impaginato in A4,ottimizzato per la stampa;
2. File pdf con imposizione(segnatura): ottimizzato per essere stampato fronte e retro su fogli A3 da piegare e pinzare;
3. Cartella compressa con i due suddetti files ed il tutorial audio (più sotto eseguibile).





