La Messa Pontificale al Trono.
La messa pontificale per
eccellenza, che può senza dubbio costituire, assieme al rito peculiare della
messa papale, un paradigma ed esserci d’aiuto a meglio a comprendere le altre
forme, è quella che il vescovo celebra al trono (cathedra) della sua chiesa
cattedrale, con l'assistenza e il servizio dei canonici della stessa,
denominata per l’appunto “messa pontificale al trono” [10]. In tale forma
liturgica - come si evince nitidamente anche dalla stessa locuzione che la
definisce - assume enorme importanza il trono, l'antica cathedra, in origine
eretta al centro dell'abside, in seguito collocata al lato del vangelo sopra
tre gradini e ornata, la quale viene ad essere il luogo eletto all'esercizio
del munus docendi vescovile, non a caso, infatti, intorno alla cathedra si
impernia e si muove la prima parte della messa, quella didattica. [11]
Il vescovo viene ricevuto alle porte della cattedrale dal capitolo, fatta orazione innanzi al Santissimo Sacramento, si porta al sacellum o sacrarium, ovvero una sorta di cappella nella quale sono elevati un tronetto per il vescovo, delle panche per i canonici nonché un altare, con croce e candelieri sopra il quale sono deposti i paramenti e le insegne, davanti a questo altare, genuflesso farà una breve orazione [12]. Accanto all’altare, sopra una credenza, sono posti i vari accessori necessari (es. i libri, i candelieri degli accoliti ecc.). Al tronetto del sacellum il vescovo dà principio al canto dell’ora canonica di terza. Durante la suddetta – ponendosi seduto dopo l’inno - legge, copertosi il capo con la berretta, la Praeparatio ad Missam alternandone i salmi con i suoi assistenti. Una volta terminata la preparazione, indossa, aiutato da un suo familiare i calzari e i sandali del colore liturgico del giorno recati, sopra un vassoio, dal suddiacono [13].
Vestizione al Sacellum. |
Dismessa la cappa o la mozzetta
si lava le mani (la lavanda è ministrata dai suoi familiares o da un notabile a
seconda delle consuetudini. Costoro vengono benedetti dal presule una volta
compiuto il loro ufficio; potrà essere fatta la praegustatio [14] dell’acqua da
un servente, ricordiamo che questa pregustazione è largamente caduta in
disuso). Il caudatario, che ha sostenuto mentre il vescovo camminava
l’estremità della cappa, slaccia lo strascico della veste talare: da ora in poi
il suo ufficio consisterà nel sostenerlo negli spostamenti [15].
Sopra il rocchetto indossa l'amitto e il camice, quindi la croce pettorale, la stola (che non viene incrociata) e il piviale, serrato sul davanti col formale. Indossata la mitra aurifregiata [16] sta seduto sino al responsorio, eseguito dopo che il suddiacono ha cantato il capitolo (con le stesse modalità con cui proclama l’epistola alla messa). Deposta la mitra e levatosi nuovamente in piedi conclude l’ora di terza, completa la vestizione indossando la tunicella e la dalmatica (ovviamente esse sono confezionate in stoffa leggera, usualmente lo spumiglione di seta, per non appesantire il prelato e impedirlo nei movimenti), i guanti pontificali o chiroteche (che ricoprono le sue mani sino all’offertorio), l’anello pontificale e infine la pianeta; se è metropolita (o in particolari casi di privilegio diocesano o personale) sarà aggiunto – in alcune determinate circostanze - il pallio [17] benedetto dal romano pontefice fissato con spille gemmate. In alcune diocesi non metropolitane vi è un’insegna caratteristica detta razionale [18].
Durante la vestizione i canonici si dispongono in circolo attorno al tronetto del sacellum, quando il vescovo anziché officiare assiste, come vedremo, si disporranno similmente al trono in altri momenti della messa: si tratta di un privilegio proprio ed esclusivo dell'ordinario del luogo anche fuori dalla cattedrale; detti circoli possono esser fatti solo da coloro che rivestono la dignità canonicale.
Processione verso l'altare. |
Coperto della mitra preziosa, una volta imposto e benedetto l’incenso nel turibolo ministrato dal sacerdote assistente, il vescovo, incede in direzione dell’altare impugnando nella mano sinistra il pastorale e benedicendo gli astanti. È accompagnato ai suoi lati da due canonici dell'ordine diaconale [19], che indossano il rocchetto (se ne hanno il privilegio altrimenti la cotta), l'amitto e la dalmatica. Ad essi spetterà assistere il vescovo per tutte le cerimonie della messa che si svolgono al trono. Lo precede il sacerdote che compie appunto l'ufficio di presbyter assistens, parato di piviale. A questi spetta l'assistenza del vescovo durante tutta la celebrazione, reggere il libro quando egli canta dal trono (quando invece legge, ad esempio il Gloria dopo averlo principiato intonandolo, lo sostiene un chierico a ciò deputato), ministrare l’incenso quando questi si trova al trono e incensarlo. Il prete assistente deve essere il più degno dei sacerdoti presenti: dignior omnino ex omnibus [20]. Accanto al sacerdote assistente si colloca a sinistra il diacono che prende il nome di ‘diacono del vangelo’ (poiché l’annuncio dello stesso sarà l’ufficio più importante lui affidato durante la celebrazione), avanti ad essi il suddiacono: questi innanzi al petto porta l’evangeliario dentro il quale è collocato il manipolo del vescovo. Tutti questi ministri sono mutuati dal clero del capitolo. Diacono del vangelo e suddiacono attendono, con alcune varianti, agli uffici loro spettanti nelle messe solenni celebrate da un presbitero (proclamazione di epistola e vangelo, assistenza durante le incensazioni, ecc.). Dietro al vescovo incedono quattro chierici, rivestiti di piviale che portano le insegne, vale a dire provvedono alla custodia delle mitrie, del pastorale, del libro (il messale) e della bugia [21].
La processione è invece aperta dal turiferario, dagli accoliti con i candelieri e in mezzo a essi si colloca il chierico crocifero, parato con la tunicella. Se l’officiante è arcivescovo, o comunque ha il privilegio, il crocifero porta la croce immediatamente davanti al suddiacono con l’immagine volta verso il presule, in tal caso – se il clero è numeroso – la croce processionale viene portata da un chierico in cotta [22]. Seguono i canonici che rivestono, sopra il rocchetto (se ne hanno il privilegio, oppure sopra la cotta), i paramenti a seconda dell'ordine cui afferiscono; come dice il Caeremoniale episcoporum incedono ita ut dignores semper sint posteriores in processione [23],qualora si abbia un capitolo di canonici che hanno il privilegio di usare la mitria la useranno nell’incedere, nello stare seduti e nel ricevere l’incensazione all’offertorio; similmente useranno la mitria semplice in luogo della berretta i canonici che ministrano il vescovo come diacono e suddiacono [24]. Gli altri sacerdoti e chierici prendono posto prima dei canonici seguendo i candelieri. All'altare - dietro la cui croce arde il settimo cero [25], oltre alle sei candele richieste per la messa solenne - deposti mitra e pastorale il vescovo fa la confessione avendo alla sua destra il presbyter assistens e alla sua sinistra il diacono e il suddiacono; in posizione retrocessa si collocano i due diaconi assistenti. Le mitrie trovano posto sulla mensa, poggiate sui candelieri dell’altare: la mitria aurifregiata sta in cornu epistolae e la preziosa in cornu evangeli. In coro, i canonici parati, alternano le preghiere della confessione (preghiere ai piedi dell’altare) fra di loro; faranno lo stesso quando il vescovo al trono dice il Kyrie, il Gloria e il Credo e all’altare il Sanctus e l’Agnus. Poco dopo il Confiteor, segnatamente all’Indulgentiam, si appressa al vescovo il suddiacono (il diacono si sposta leggermente indietro) il quale gli fa indossare il manipolo che viene baciato nel mezzo dal vescovo.
Preghiere ai piedi dell'altare - confessione. |
Incensazione del vescovo all'introito. |
Proclamazione dell'epistola. |
Lo svolgimento di questa parte
della messa ha le sue peculiarità: il vescovo legge l’epistola, i brani
interlezionali e il vangelo [26] dopo che il suddiacono ha proclamato
l’epistola e ricevuto la benedizione, per quanto riguarda l’ufficio del diacono
questi posa l’evangelario sulla mensa, va a baciare la mano al vescovo, quindi
ritorna all’altare ove recita inginocchiato sull’ultimo gradino il Munda cor
meum, si reca presso il trono - tenendo al petto l’evangelario - a ricevere la
benedizione del vescovo (Dominus sit in corde tuo) ma ministrare l’incenso ora
spetta al presbyter assistens. Il vangelo si proclama come di consueto; è
nuovamente il sacerdote assistente a incensare il vescovo dopo che questi ha
baciato il testo del vangelo dal libro portogli dal suddiacono.
Proclamazione del vangelo. |
L’omelia [27] è tenuta dal
vescovo stesso o dal presbyter assistens, diversamente, quando assiste
pontificalmente può farla tenere ad altri, concede quindi - quando previsto -
le indulgenze. In tal caso, terminata l’omelia, il diacono canta il Confiteor
secondo la melodia posta nell’ultimo capitolo (XXXIX) del secondo libro del
Caeremoniale episcoporum stando in piedi chinato alla sinistra del vescovo. Il
prete assistente proclama l’indulgenza, il vescovo in piedi e senza mitra
pronuncia l’assoluzione e, coperto della mitria e preso il pastorale,
impartisce la benedizione. Se a officiare è un arcivescovo, o comunque un
vescovo che ha un particolare privilegio, innanzi a lui si colloca il crocifero
recante la croce astile e il presule benedice a capo scoperto chinandosi, poco
prima, innanzi la croce.
Dal trono intona e recita il
Credo con le stesse modalità descritte per il Gloria (ovviamente nelle
occasioni in cui queste due ultime parti sono previste). Durante il canto del
simbolo il diacono, fatta la reverenza al vescovo, si porta alla mensa ove
spiega il corporale, estratto dalla borsa, così come fa abitualmente alla messa
solenne. Terminato il Credo, il vescovo, deposta la mitria e il gremiale, si
alza - canta Dominus vobiscum e Oremus - e legge l’offertorio del giorno. Una
volta rimessosi a sedere, coperto della mitria preziosa e con il gremiale sulle
ginocchia, il presbyter assistens gli toglie l’anello, i diaconi assistenti gli
levano le chiroteche quindi riceve la lavanda delle mani e gli viene rimesso
l’anello al dito. Il presbyter assistens si reca all’altare ove porta il
messale, posto sul suo leggio, e il canon missae che è collocato aperto, alle
pagine del testo dell’offertorio, ai piedi della croce; la palmatoria con la
sua candela arde a sinistra del messale posata sulla mensa o è sostenuta dal
chierico addetto alla stessa a seconda della consuetudine e dello spazio
disponibile [28].
Il vescovo si porta dal trono all’altare coperto della mitria e incedendo col pastorale nella mano sinistra benedicendo gli astanti durante il tragitto. Ivi si compiono le consuete cerimonie dell’offertorio; sulla patena sono poste due ostie, una delle quali è “pregustata” dal sacerdote sacrista una volta che con essa il diacono ha sfiorato l’ostia da consacrarsi, la patena, l’interno e l’esterno del calice. In un apposito piccolo recipiente il diacono versa del vino e dell’acqua che sono pregustati sempre dal sacerdote sacrista [29], quindi infonde il vino nel calice. Il suddiacono, chiesta e ricevuta la benedizione, infonde l’acqua; lo stesso riceve la patena che serba nascosta dai lembi del velo omerale stando in plano di fronte alla croce more solito. Il resto del rito dell’offertorio non differisce dalla messa solenne; compiutasi dal vescovo l’incensazione delle oblate, della croce e dell’altare, viene coperto con la mitria preziosa dal diacono assistente, riceve la turificazione dal diacono del vangelo che benedice, riceve la lavanda delle mani; il presbyter assistens provvederà a toglierli e rimettergli l’anello e a porgere al presule il manutergio, benedice coloro i quali ministrano la lavanda. La mitria è deposta prima che il vescovo dica il Gloria Patri del salmo Lavabo.
Lavanda delle mani all'offertorio. |
Durante le segrete il cerimoniere
toglie lo zucchetto dal capo del vescovo, lette queste il messale è rimosso e -
in suo luogo - è posto il canon missae per mano del prete assistente. Il
presbyter assistens assiste il vescovo al libro allo stesso modo in cui alla
messa solenne il diacono fa con il sacerdote; essendo libero il diacono sosta
in colonna dietro al vescovo, dietro a lui sta il suddiacono, ai suoi lati
stanno i due diaconi assistenti. Il diacono si reca alla destra del vescovo
solo quando deve compiere qualche ufficio (es. scoprire o coprire il calice).
Accanto al messale è sorretta dal chierico addetto a questo ufficio la
palmatoria oppure, la stessa, è posta – come si diceva - sulla mensa
esternamente rispetto al leggio con il libro.
Al Sanctus escono i chierici con
le torce e si pongono presso l’altare, il numero di essi varia e si giunge sino
a un massimo di otto. Durante il canone della messa il presule, dovendosi
menzionare il vescovo dopo il papa dice “me indigno famulo tuo” [30]
Elevazione. |
All’abbraccio
di pace è il presbyter assistens a riceverla per primo, sarà seguito dai
diaconi assistenti quindi dal diacono e dal suddiacono; se questi ultimi
dovessero comunicarsi riceveranno la pace una volta ricevuta la santa
eucaristia (in tal caso il vescovo pone le ostie deputate ai due sacri ministri
sulla patena). Lo stesso presbyter assistens porta la pace in coro.
La pace. |
Distribuzione della comunione. |
Benedizione. |
Due volte all’anno - secondo le
indicazioni date dalla lettera apostolica - segnatamente a Pasqua e in altra
occasione ad libitum dell’ordinario, viene impartita la benedizione papale essa
non tiene il luogo della consueta benedizione finale che avviene more solito.
In tale caso il vescovo riassume le chiroteche e la benedizione indulgenziata
dopo l’omelia viene omessa; ci si regola come per la stessa ma non è preceduta
dal Confiteor.
Il modo di celebrare fino qui
descritto è certamente il più completo ed esemplare della liturgia vescovile
(pontificale al trono). Talvolta il vescovo, trovandosi a celebrare nel
territorio soggetto alla sua diocesi fuori dalla cattedrale, pontifica al trono
in forma ridotta, ovvero senza la preparazione al sacellum (si para o
direttamente al trono o in sacrestia, con o senza il canto dell’ora terza),
senza diaconi assistenti (i cui offici vengono suppliti dal diacono e dal
suddiacono e in parte dal cerimoniere) [33] e senza canonici parati. In
siffatte circostanze, il presule riveste comunque tutte le insegne sopra
descritte, prende posto in un trono eretto ad hoc [34] in presbiterio, ed è, in
ogni caso, assistito dal prete assistente [35]. Comunemente questa forma di
celebrazione è detta nel gergo clericale "pontificaletto" [36], quasi
a intendere - con simile diminutivo - una riduzione dell’apparato del
pontificale celebrato nella cattedrale, del quale, tuttavia, serba tratti
cerimoniali e insegne. La differenza è da ravvisare essenzialmente nella
riduzione del numero delle persone che assistono il vescovo celebrante. Il
"pontificaletto" è assai usato nelle chiese parrocchiali, soprattutto
in occasione delle visite del vescovo diocesano.
È da sottolineare, ancora una volta, la centralità del trono nella liturgia romana pontificale: in tal senso il Caeremoniale episcoporum è rigorosissimo nel riservare al solo ordinario diocesano l'uso del trono che dovrà cedere solamente ad un cardinale, in ideale ossequio alla dignità principesca dello stesso [37]. Solo un decreto tardo ottocentesco successivo all'ultima editio typica del Caeremoniale, rimette facoltà agli ordinari di cedere il trono ad altro vescovo, purché non sia il suo coadiutore, ausiliare, né il vicario generale della sua diocesi, né un canonico del suo capitolo [38]; detta norma fu ripresa dal codice pio-benedettino [39]. Queste disposizioni vennero a mitigare, parzialmente, la rigida disciplina vigente fino ad allora.
__________
Note:
[10] Normalmente celebrano al trono: il sommo pontefice ovunque, l’ordinario del luogo nel proprio territorio, il metropolita nei confini della sua provincia ecclesiastica, gli abati e i prelati nullius nei propri territori, i cardinali nell’Urbe nel proprio titolo, i legati pontifici e nunzi ovunque nei loro territori eccetto nella cattedrale, gli abati nelle loro chiese.
Note:
[10] Normalmente celebrano al trono: il sommo pontefice ovunque, l’ordinario del luogo nel proprio territorio, il metropolita nei confini della sua provincia ecclesiastica, gli abati e i prelati nullius nei propri territori, i cardinali nell’Urbe nel proprio titolo, i legati pontifici e nunzi ovunque nei loro territori eccetto nella cattedrale, gli abati nelle loro chiese.
[11] Le norme si trovano contenute nel CE, cit., II, viii.
[12] L’uso del secretarium per la preparazione venne progressivamente abbandonato
per preferire la preparazione e il canto di terza direttamente al trono, p.e.
cfr. G. SESSOLO, Le sacre cerimonie…,
cit. p. 3.
[13]
Secondo SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Decreto 4 dicembre 1952, in AAS, XIX, 1952,
pp. 887 e s., i calzari e i sandali pontificali devono essere indossati
“secretario ab ecclesia distincto, aut domi”.
[14] Cfr. CE II, viii, 11; ibid. I, xi, 11, si suppongono quattro addetti alle abluzioni, la
prima delle quali è effettuata dal meno degno.
[15] La coda della veste talare (“syrma”) fu
un’innovazione relativamente recente e in particolare estranea alle normative
del Caeremoniale episcoporum, si veda
l’excursus di I. NABUCO, Ius pontificalium ... cit., pp. 131 e
ss., che muove dalle prescrizioni circa la semplificazione degli abiti dei
cardinali di PIO PP. XII, Motu proprio Valde
solliciti, 30 novembre 1952, in AAS, XIX (1952), pp. 849 e s.. Preciso che qui
sono contenute prescrizioni circa la semplificazione dell’abito cardinalizio, estese
anche all’abito di patriarchi, arcivescovi, vescovi e prelati; si veda in tal
senso: SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, decreto 4 dicembre 1952, in Constitutiones Apostolicae recentiores,
Romae, Poliglotta Vaticana, 1956, p. 30.
[16] Le mitrie vescovili sono di tre tipologie:
la preziosa, l’aurifregiata e la semplice. La preziosa è così chiamata in
ragione del suo ornato arricchito da ricami, gemme, lamine d’oro o argento ecc,
la seconda “aurifregiata” è in lama d’oro (o comunque tessuto d’oro) e può
essere decorata di piccole perle, la terza è la “semplice” di seta bianca
damascata o di lino. L’uso di alternare la preziosa con l’aurifregiata deriva
dalla pesantezza dell’ornamentazione della prima, ragione per la quale il
vescovo quando siede lungamente per motivo di comodità indossa l’aurifregiata
più leggera. Si veda: G. BRAUN, I
paramenti sacri loro uso storia e simbolismo, trad. it., Torino, Marietti,
1914, pp. 147-158. La preziosa si utilizza generalmente quando al mattutino si
è detto il Te Deum e alla messa il Gloria, nelle altre circostanze alterna
l’aurifregiata e la semplice. L’uso della sola mitria semplice è riservato alle
funzioni funebri e al venerdì santo e può essere usata in alternanza quando il
vescovo usa la mitria aurifregiata anziché la preziosa.
[17]Le circostanze in cui si indossa il pallio
sono normate in CE, I, xvii, al 4. Sulle
caratteristiche proprie degli arcivescovi si può consultare utilmente L.
GROMIER, Prérogatives archiépiscopales et
généralités épiscopales, in «Les questions liturgiques et paroissiales»,
VIII (1923), pp. 267-272; IX (1924), pp. 68-74.
[18] Si tratta delle diocesi
di Paderborn e di Eichstätt in Germania, di Toul e Nancy in Francia, di
Cracovia in Polonia. Su questa peculiare insegna si veda la monografia con
ricco apparato iconografico di K. HONSELMANN, Das Rationale der Bischöfe, Paderborn,
Selbstverlag des Vereins für Geschichte und Alterkumskunde Westfalens Abteilung
Paderborn, 1975; si veda pure I. NABUCO, Ius pontificalium... cit., pp. 189 e
s.; A. KING, Liturgy of the Roman Church, London-New York-Toronto, Longmans,
1957, pp. 155 e s..
[19] I capitoli dei canonici, a somiglianza del
collegio cardinalizio, presentano spesso una distinzione in ordini interni:
dignità (p.e. preposito, decano), presbiteri, diaconi, suddiaconi.
[20] CE, I, vii.
[21] Questi chierici indossano il piviale,
coloro che sono preposti alla mitria e al pastorale indossano, sotto il piviale
la vimpa, una sorta di velo omerale del colore del giorno o bianco volto ad
impedire che le loro mani tocchino direttamente le insegne. A questi andrebbe
aggiunto un chierico in cotta che custodisce il grembiale serico steso sulle
ginocchia del vescovo quando siede.
[22] Cfr: L. LE VAVASSEUR-J. HAEGY, Les fonctions pontificales…cit, p. 99.
[23] CE, II, viii, 24.
[24] Cfr. B. FAVRIN, Praxis ... cit., pp. 140-142.
[25] Il settimo cero è una prerogativa degli
ordinari del luogo, cfr: CE, I, xii, 12 e I. NABUCO, Ius pontificalium…, cit. p. 221 e ss..
[26] Secondo le rubriche del Missale Romanum del 1962 è omessa la
lettura privata dell’epistola e del vangelo; cfr. Ritus servandus in celebratione Missae, VI, 4 in Missale Romanum editio secunda iuxta typicam,
Ratisbonae, Pustet, 1963.
[27] Il CE, II, viii, 48, tratta dell'omelia
che deve tenere il vescovo celebrante: prevede che questi predichi dalla
cattedra se essa è collocata secondo la vetusta modalità al centro dell'abside,
quindi quando il trono è rivolto al popolo ("quando est versa ad
populum"). Nel caso, assai più frequente, trovi la sua collocazione
recenziore, invece, sarà disposto sulla predella dell'altare un faldistorio
affinché il presule parli sedendo sul medesimo, volto verso il popolo. In
siffatta circostanza il faldistorio, per necessità di centralità e visibilità,
viene a far le veci della cattedra.
[28] G. SESSOLO, Le sacre cerimonie…, cit. nt. 62, p. 92, riferisce l’uso
dell’arcibasilica lateranense di poggiare la bugia sulla mensa lasciando che
sia il secondo cerimoniere ad occuparsene.
[29] Detta pregustazione – chiamata anche proba – ampiamente più sviluppata come
si vedrà nel pontificale del papa, può anche essere somministrata, in assenza
del sacerdote sacrista, all’accolito deputato al servizio delle ampolle (così,
ad esempio, L. LE VAVASSEUR-J. HAEGY, Les
fonctions pontificales…, cit. I, p. 117 e G. B. M. MENGHINI, Le sacre ceremonie secondo il rito romano
per tutti i tempi dell'anno, Roma, Ferrari, 19489, p. 357 e 362)
o anche al secondo cerimoniere (cfr. L. TRIMELONI, Compendio di liturgia pratica, Torino, Marietti, 1962², p. 906, che
conferma la I ed., 1959, p. 783).
[30] Usa tale formula anche il vescovo forestiero,
cfr. Sacra Congregazione dei Riti,
Decreto 6 febbraio 1892 n. 3764, in Decreta
authentica Congregationis Sacrorum Rituum, III, Romae, Propaganda Fide,
1908, pp. 222 e ss..
[31] L’edizione del Beato Giovanni XXIII del
Messale non prevede la recita/canto del Confiteor prima della comunione;
cfr Ritus servandus in celebratione
Missae…,cit, X, 6.
[32] Il modo di distribuire la comunione è
normato nel CE, II, XXIX; ampie e dettagliate descrizioni si ritrovano in P.
MARTINUCCI-G.B.M. MENGHINI, Manuale
sacrarum caeremoniarum…, cit., pars altera, I, pp. 128-133 e L. LE
VAVASSEUR-J. HAEGY, Les fonctions pontificales…,
cit. I, p. 128 e ss.; il vescovo omette la formula “Ecce Agnus Dei”. Tale
modo di distribuire la comunione è caduto largamente in disuso, in tal senso
opere relativamente recenti non ne parlano (p. e. G. SESSOLO, Le sacre cerimonie…cit. e L. TRIMELONI, Compendio di liturgia pratica…cit.): la
comunione sarebbe quindi distribuita come alle messe solenni ovvero con il
diacono che sostiene la patena stando a destra del celebrante e con il
suddiacono alla sinistra.
[33] È possibile “attenta necessitate” che il
diacono e il suddiacono, per penuria di clero, fungano da assistenti al trono;
cfr.: SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Decreto 22 marzo 1862 n. 3114, in Decreta Authentica…, cit., II, p. 438.
[34] Solo la chiesa cattedrale gode del diritto
al trono fisso.
[35] Stando all’opinione di L. GROMIER, Commentaire ... cit. p. 171, non
essendovi assistenza parata dei canonici, i chierici porta insegne dovrebbero
astenersi dall’uso del piviale.
[36] Alcuni con la parola “pontificaletto”
alludono alle funzioni officiate da prelati non vescovi.
[37] L. GROMIER, Commentaire... cit., p.
132, afferma che il trono occupato in siffatta fattispecie dal cardinale
diviene trono principesco utilizzandolo proprio in virtù di questa sua dignità.
I legati pontifici, pur potendo celebrare ovunque pontificalmente nel loro
territorio, non potevano avanzare pretese di pontificare al trono nella
cattedrale.
[38] SACRA CONGREGAZIONE DEI RITI, Decreto 9
maggio 1899 n. 4023, in Decreta
Authentica …, cit., III, p. 362.
[39] Can. 337 § 3 Codex Iuris Canonici 1917.
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